CopistaAperturaUno dei più grandi traduttori dall’arabo del Medioevo (fulgido emblema del dialogo tra culture), una ricca biblioteca perduta di traduzioni di opere scientifiche arabe redatte su carta di panno e una chiesetta romanica alle porte di Cremona: da questi pochi elementi si origina la storia di uno dei centri culturali più importanti (oggi scomparso) che abbia avuto Cremona nel Medioevo. Il fisico Gerardo da Cremona, “cervello emigrato” in Spagna a Toledo, fu il più grande traduttore dall’arabo del XII secolo dopo Costantino l’Africano. Alla sua morte, la sua biblioteca di oltre settanta traduzioni di opere scientifiche arabe venne trasferita a Cremona nella sagrestia della piccola chiesa di S. Lucia, dove in seguito è possibile si sia radicata anche la tradizione della grande scuola toletana dei traduttori dall’arabo. Il tempo ha purtroppo smembrato lentamente la raccolta dei testi (oggi dispersi in varie biblioteche ed archivi, italiani ed europei) ma essa rappresentò un dei primi ingressi della cultura e della scienza islamica nell’Italia settentrionale, costituendo per alcuni secoli un punto di riferimento di vitale importanza per numerosi studiosi, tra cui Adamo da Cremona, Urso da Lodi (allievo di Adamo) e Giambonino da Cremona; e sulla traduzione gerardiana dell’Almagesto studiarono nientemeno che Gerardo Mercatore e Niccolò Copernico.

SantaLuciaE’ ben nota a Cremona la piccola chiesa di S. Lucia, nei pressi di Porta Po, meta di genitori e bimbi ogni 13 dicembre. Di fondazione romanica e rimaneggiata nel XVII secolo dall’architetto Dattaro, oggi la chiesetta ospita una statua lignea della Santa e addirittura una sua piccola reliquia. Tuttavia, nel Medioevo sembra contenesse un tesoro assai più cospicuo, che purtroppo oggi non è più possibile ammirare. Proprio qui infatti, nel XII secolo, venne trasportata dalla Spagna una ricca biblioteca di traduzioni di opere scientifiche arabe, eseguite da Gerardo da Cremona (la cui opera è stata studiata a fondo da Don Pierluigi Pizzamiglio, docente di Storia della matematica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia nonché fondatore e direttore della Biblioteca di Storia della Scienza “Carlo Viganò”).

Galeno-De-simplicium-medicamentorum-temperamentis-et-facultatibus,-trad.-in-latino-di-Gerardo-da-Cremona-Archivio-Capitolare-di-Pistoia-Nato forse attorno al 1114 e scomparso nel 1187, questo poliedrico studioso, ammirato ancor oggi da dotti e accademici di tutta Europa ma assai poco conosciuto all’ombra del Torrazzo (nemo propheta est in patria), rappresenta l’anello che aggancia la città di Cremona ad una delle rinascite culturali più importanti della storia europea: quella del XII secolo. Gerardo fece parte del piccolo gruppo di studiosi ed eruditi che in quel periodo contribuirono al progresso dell’Europa medievale, consegnando all’Occidente lo straordinario fermento scientifico dell’Andalusia islamica: un lavoro, come lo ha definito Pizzamiglio, «talmente programmatico, sistematico e completo che ancora oggi suscita la nostra sorpresa». Gerardo acquisì inizialmente una preparazione di base nello studium cremonese (istituito nell’825 da Lotario I e fulcro di un’intensa vita culturale ricca di relazioni con gli studia di Bologna, Pavia e Mantova) divenendo magister artium. Nel 1135 poi, con l’obiettivo di recuperare una copia dell’Almagesto di Claudio Tolomeo, si trasferì da Cremona a Toledo: in quella luminosa comunità, all’epoca appena riconquistata agli “arabi” da Alfonso VI di Castiglia ma rimasta un multietnico crocevia di culture, Gerardo imparò la lingua araba occidentale e studiò testi dei dottori musulmani, dedicandosi all’insegnamento, lavorando alacremente alle traduzioni dal 1136 al 1178 e divenendo il miglior traduttore della “scuola” fiorita per impulso dell’arcivescovo toletano Raimondo de Sauvetât (cui parteciparono anche Domingo Gundisalvi, Giovanni da Siviglia, Rodolfo da Bruges, Alfredo Anglico e Michele Scoto, attivo successivamente alla corte di Federico II): una scuola che, sul modello delle grandi scuole cattedrali francesi del XII secolo, consisteva in un istituto pedagogico, dedito sia alle lezioni che alla ricerca ed

Traduzione gerardiana del trattato sulla medicina di Al-Razi
Traduzione gerardiana del trattato sulla medicina di Al-Razi

alle traduzioni, con sede nella cattedrale toletana (presso la quale lo studioso cremonese risulta registrato come canonico).

Secondo la lista compilata nel Memoriale dedicatogli dai suoi allievi, si attribuiscono a Gerardo tra le 74 e le 80 traduzioni di opere scientifiche arabe inerenti geometria, astronomia, filosofia naturale (fisica), medicina, alchimia e geomanzia: sia versioni arabe di opere della scienza e della filosofia greca delle quali il Medioevo latino aveva perduto la cognizione, tra cui la Geometria di Euclide, la Misura del Cerchio di Archimede, il trattato Sugli Specchi di Diocle, il trattato Sulla Sfera di Teodosio e numerose opere della filosofia naturale di Aristotele, nonché della medicina di Ippocrate e Galeno; sia opere di scienziati musulmani, tra cui il celebre Commento alla fisica di Aristotele di Al-Farabi (considerato l’Aristotele del mondo islamico), il Libro sulla complessiva scienza delle stelle di Alfragani, l’Astronomia di Geber, il Commento a Euclide di Anaritius, l’Algebra di Al-Khwarizmi, il Canone della medicina di Avicenna, l’Introduzione alla medicina e il Libro delle divisioni di Al Razi (nella foto), il Libro dei medicinali semplici e dei cibi di Abenguefith, le Gradazioni dei medicinali composti di Al-Kindi e la Chirurgia di Albucasis.

Miniatura europea di al-Razi in un capolettera della traduzione latina di Gerardo da Cremona
Miniatura europea di al-Razi in un capolettera della traduzione latina di Gerardo da Cremona

Dopo la morte di Gerardo nel 1187, pare che suo nipote Pietro da Cremona abbia trasportato nella chiesetta di Santa Lucia tutte le traduzioni dall’arabo del Maestro. Più testimoni sembrano confermare il trasferimento. Una nota che chiude la traduzione gerardiana del trattato di Euclide Sulle divisioni delle figure (Liber Divisionum) recita: “Libro delle Divisioni, tradotto dall’arabo in latino dal Maestro G. da Cremona nella città di Toledo e successivamente portato nella chiesa di Santa Lucia in Cremona dal nipote P. del già citato Maestro G.” (“Explicit liber divisionum translatus a magistero G. (Gerardus) Cremonensi de arabico in latinum in civitate Toletana, postea oblatus Cremonam a magistro P. (Petrus) iam dicti magisteri G. nipote in Ecclesia Sanctae Luciae de Cremona, patet multis eum petentibus”). Un’altra testimonianza del trasferimento si trova nella Chronicon redatto attorno al 1316 dal domenicano bolognese Francesco Pipino; egli riferisce che Gerardo “fu sepolto a Cremona, nel Monastero di Santa Lucia, venne lasciata anche la biblioteca composta dai suoi libri” (“sepoltus est Cremonae, in Monasterio Sanctae Luciae, ubi suorum librorum bibliothecam reliquit”); di quel convento però (se realmente esistette e non fu semmai confuso da Pipino con la sagrestia della chiesa) doveva essersi già persa ogni traccia nel XVI secolo, giacché non compare nella pianta di Cremona disegnata da Antonio Campi nel 1583. Se è da respingere la notizia della sepoltura, altrettanto non si può fare per quella relativa al trasferimento dei manoscritti, menzionata anche in un terzo testimone. Ancor più ricca di dettagli è infatti la descrizione contenuta nelle Note redatte nel Trecento dal cremonese Gasapino Antegnati ad un manoscritto del Pomerium Ravennatis Ecclesiae di Riccobaldo da Ferrara (nota 49, I e II, scoperta e studiata da Gabriele Zanella): in esse si legge di un «Maestro Gerardo di Santa Lucia, fisico cremonese» e «medico» (è bene ricordare che sino al Cinquecento si definivano senza distinzione medici, mathematici, astronomi o filosofi, coloro che si occupavano delle arti del Quadrivio, ossia le discipline non umanistiche); costui ordinò a suo nipote Pietro di «trasferire il proprio tesoro ancora ignoto ai Latini (abitanti dell’Italia in genere, ndr), nella città e nello studium di Cremona, in onore di Dio e per la salute degli uomini», a disposizione della comunità e degli studiosi; e difatti Pietro «tornato a Cremona pose i libri prescelti nella chiesa di S. Lucia, dove, come lo zio gli aveva prescritto, non impedì a nessuno di farne copie».

L'abside della chiesa, dove dovevano essere custoditi i manoscritti di Gerardo
L’abside della chiesa, dove dovevano essere custoditi i manoscritti di Gerardo

Oggi purtroppo quella biblioteca non esiste più. All’inizio del Trecento (circa un secolo e mezzo dopo il trasferimento) numerosi manoscritti delle traduzioni di Gerardo dovevano trovarsi ancora nella chiesa, poiché Gasapino, redigendo le sue Note, riferisce che «ancor oggi molti di quei libri sono collocati nella sagrestia»: e dovevano essere ancora tutti originali se il cronista specifica che non erano conservati su pergamena bensì «su carta serica» (sicuti Girardus propria mano ipsos translactavit in cartis bombicinis): ossia, la carta originale sulla quale erano stati redatti a Toledo dal Maestro; la carta di panno infatti (charta bombycina, pergamino de pano e charta lintea) venne prodotta inizialmente dagli arabi (che ne avevano appreso la tecnica dai cinesi) e uno dei centri di produzione era proprio in Spagna, tra Silos e Burgos (successivamente si produsse anche in Italia, a Fabriano). Già nel Trecento però l’Antegnati riferiva anche che «molti libri sono dispersi, poiché non sono stati restituiti da coloro che li avevano avuti in prestito per copiarli, e, per distrazione, non furono mai più reclamati». Nei secoli successivi gli ammanchi dovettero intensificarsi sino a che della biblioteca non restò più nulla (una ventina di traduzioni “gerardiane” è tuttavia conservata oggi nel manoscritto lat. 9335 alla Nazionale di Parigi, altre ancora alla Nazionale di Vienna e all’Archivio Capitolare di Pistoia). E sembra che, in seguito all’arrivo della biblioteca gerardiana a Cremona, nella chiesa possa essersi radicata una tradizione di traduttori dall’arabo, con l’intenzione di far rivivere, seppure su scala più ridotta, il modello “cattedrale” della grande scuola toletana dei traduttori.

Traduzione gerardiana della Chirurgia di Albucasis
Traduzione gerardiana della Chirurgia di Albucasis

E’ certo comunque che il lavoro dello studioso cremonese costituì allora (e rappresenta tutt’oggi) un tesoro inestimabile per la cultura europea. Gerardo e la sua biblioteca concorsero in modo determinante a quella generale ripresa di indagini, studi e dibattiti culturali che va sotto il nome di “Rinascita del XII secolo”, originatasi da una mutazione sociale e civile (in concomitanza con lo sviluppo delle città) attraverso una più intensa lettura dei classici ed il recupero dello straordinario bagaglio di conoscenze degli “arabi”; i quali, a loro volta, durante il califfato della dinastia abbaside tra l’VIII e il X secolo, avevano tradotto, metabolizzato ed integrato lo straordinario bagaglio di conoscenze della filosofia e della scienza greca e indo-iranica (sicché la scienza cosiddetta “araba” d’epoca medievale andrebbe sempre intesa come la risultante d’un processo sincretico ed integrativo di più culture). Due furono i percorsi attraverso i quali questo immane patrimonio giunse (o tornò) in Europa. La prima fu la via dell’Italia meridionale, che coinvolgeva la Scuola medica di Salerno e Cassino: qui Costantino l’Africano, un medico di origine berbera convertito in monaco benedettino, alla fine dell’XI secolo diede impulso ad una straordinaria tesaurizzazione e diffusione del sapere greco e arabo, incoraggiata successivamente dai Normanni e dal “filoislamico” Federico II di Svevia. Di poco posteriore fu l’altro grande canale di diffusione: la Spagna islamica (in arabo “Al-Andalùs”), in particolare il cenacolo multietnico di Toledo (successivo alla riconquista cristiana della città) guidato dal cremonese Gerardo. Durante il declino di Salerno poi (tra XI e XIII secolo) emerse progressivamente nel Nord Italia la cultura medico scientifica dei centri universitari di Bologna e Padova, con un potere di attrazione che giungeva sino alla Germania ed al Nord Europa.

Un particolare della traduzione gerardiana dell'Almagesto
Un particolare della traduzione gerardiana dell’Almagesto
In questo contesto, la biblioteca araba di Cremona dovette rappresentare un polo culturale di notevole interesse sia per gli studiosi dell’Italia Settentrionale che per quelli di altre zone. Nel 1198 il Magister Urso da Lodi, docente a Cremona, nel suo Commentario ai Microtegni di Galeno, afferma di conoscere la traduzione gerardiana della versione araba dell’opera. Alle opere scientifiche della perduta biblioteca di S. Lucia, ed in particolare alla versione gerardiana del Canon di Avicenna, dovette attingere a piene mani Adamo da Cremona nel redigere il suo De regimine et via itineris et fine peregrinantium (identificabile secondo gli studi più recenti, con quel «Magister Adam subdiaconus et cantor huius Canonice quimulta bona reliquit huic ecclesie pro altaribus serviendis» del quale dà notizia un Obituario della Cattedrale di Cremona dei secoli XI-XIV): il trattato medico, relativo alla cura corporis era dedicato all’imperatore Federico II in procinto di partire per la Terrasanta nel 1228 e conteneneva regole di ordine igienico ed alimentare per i viaggi e le campagne militari dalle quali si desume una profonda conoscenza della materia medica, sia quella classica, appresa tramite i testi di Ippocrate e Galeno, sia quella più innovativa legata alla tradizione medica araba, arrivata in Occidente attraverso il Canon di Avicenna. Ed è assai probabile (anche se mancano i testimoni) che proprio la figura di Gerardo e la sua biblioteca, abbiano influenzato gli interessi palesemente arabistici di un altro suo concittadino, vissuto circa un secolo dopo: il medico Giambonino da Cremona. Anche costui, attivo nella seconda metà del Duecento a Padova (dove nel 1262 risulta rettore della Facoltà di fisica e scienze naturali), mostrava di conoscere l’arabo direttamente, come Gerardo; e a Venezia aveva composto il Liber de Ferculis et condimentis, traduzione latina di 83 delle 2170 voci della monumentale enciclopedia dietetico-gastronomica redatta dal medico iracheno Ibn Jazla nella Baghdad Abbaside dell’XI secolo (il Minhaj al-bayan fina yasta miluhu al-insan), incluse le ricette dei razionali arabi di ravioli e torrone.
Traduzione gerardiana del Canon di Avicenna
Traduzione gerardiana del Canon di Avicenna

La diffusione italiana ed europea delle traduzioni di Gerardo seguì dunque il decollo delle Università, le sue opere ebbero anche il ruolo di veri e propri manuali di studio universitario dal XIII al XV secolo e furono usate nelle più tarde edizioni a stampa dei classici del pensiero greco e arabo. Basti ricordare che la traduzione gerardiana dell’Almagesto fu la prima e per molti secoli l’unica versione latina dell’opera a circolare in Europa, destinata a imporsi velocemente come manuale universitario di astronomia: essa costituì, tra l’altro, sia il testo al quale si ispirò nel Quattrocento Gerardo Mercatore per la costruzione del suo Globo Celeste (aggiungendo alle 48 costellazioni tolemaiche la Chioma di Berenice), sia il testo sul quale Niccolò Copernico avrebbe compiuto i primi studi di astronomia tra la fine del XV secolo e l’inizio del XVI.

Dopo San Benedetto e San Colombano, dopo gli eruditi della  Schola Palatina carolingia, furono la curiosità ed il cosmopolitismo di ingegni poliedrici come Gerberto d’Aurillac (precettore degli Ottoni e, dal 999, Papa con il nome di Silvestro II), Costantino l’Africano, Gerardo da Cremona, Adelardo di Bath o Pietro Ispano (medico e filosofo, poi Papa con il nome di Giovanni XXI) a «collocare l’occidente latino ad un livello di conoscenze e competenze scientifiche quantomeno paragonabile a quello delle civiltà allora più scientificamente avanzate» (Pizzamiglio): uomini le cui imprese intellettuali furono mosse dalla medesima missione di pace ed i cui progetti di traduzione e divulgazione furono sorretti e guidati dalla medesima volontà di integrazione e conoscenza. Fulgidi emblemi di un profondo dialogo tra culture di cui oggi si sente sempre più urgente il recupero. 

di Michele Scolari

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