italo-calvino

Dal trittico degli antenati a Palomar, la weltanschauung calviniana, lungi dal perdere il contatto con la realtà o dall’esser figlia di «un domator di cavallucci a dondolo» (secondo l’opinabile definizione di Antonio Moresco), è improntata alla creazione di un modello che si pone a mezza via tra un predittivo ordine deterministico e uno stocastico disordine (icasticamente simboleggiati dal cristallo e dal fumo). Il suo amore sviscerato per il mondo rigoroso del cristallo non gliene impedisce l’integrazione con quello assurdo e acausale del fumo, in vista del compromesso del vortice liquido (concettualmente isomorfo alle figure della spirale e della fiamma – assai ricorrenti nella diegesi). Dietro le antinomie dei cortocircuiti calviniani (che tanta somiglianza mantengono con i “concetti fluidi” e le “analogie creative” di Douglas Hofstadter o di Edgar Morin), si allunga in realtà l’ombra delle implicazioni di due grandi modelli scientifici ed epistemologici, i due “massimi sistemi” del XX secolo, discussi nelle storiche conferenze organizzate da Massimo Piattelli Palmarini al Centre Royamount di Parigi nel 1975 e a Palazzo Vecchio di Firenze nel 1978: quello nomotetico, deterministico e ridondante del cristallo e quello complesso, statistico e non-integrabile della fiamma. In questo senso, il domicilio coatto dello scrittore unicamente dalla parte delle categorie di ordine, regolarità, simmetria (nelle quali rimane confinato in ultima analisi anche lo strutturalismo, bloccato in una dialettica differenziale tra sincronia e diacronia), ha prodotto un Calvino monco, altrettanto dimezzato quanto il suo Visconte, che è opportuno restituire alla sua natura complessa, dinamica, sistemica.

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