E’ possibile ipotizzare nel retroterra de l’Infinito una matrice scientifica, oltre a quella antropologica connessa alla Teoria del Piacere? Nella polisemia esegetica cui si presta la lirica forse più famosa del poeta, un’attenta lettura che tenga conto della poderosa cultura scientifica di Leopardi sembra far emergere un possibile richiamo a Newton, sui fili dei concetti di spazio e tempo. Questo scritto è il risultato di una ricerca che ho svolto qualche anno fa con gli studenti di una quarta liceo scientifico (opzione Scienze applicate), progettata con l’obiettivo di valorizzare il razionalismo e la potentissima immaginazione di Leopardi, cercando di disciogliere le maglie dell’ormai trita interpretazione scolastica tradizionale (già criticata dal DeSanctis) …

Nel 1985 Italo Calvino, intento a stendere il testo di Leggerezza per il ciclo di conferenze che avrebbe dovuto tenere all’inaugurazione dell’anno accademico all’Università di Harvard, osservava: «A quindici anni Giacomo Leopardi scrive una Storia dell’Astronomia di straordinaria erudizione, in cui tra l’altro compendia le teorie newtoniane. La contemplazione del cielo notturno che ispirerà a Leopardi i suoi versi più belli non era solo un motivo lirico; quando Leopardi parlava della Luna, sapeva esattamente di cosa parlava».

L’importanza delle scienze fisiche ed astronomiche, ed in particolare della Storia dell’astronomia, per l’officina della poesia leopardiana non era sfuggita già all’occhio del De Sanctis, che nel saggio sulla canzone Alla sua donna osservava:

«È inutile mover lamenti sullo stato dell’arte, la scienza si è infiltrata nella poesia, né la si può discacciare… Noi non possiamo volger lo sguardo a nessuna cosa sì bella, che tosto fra la nostra ammirazione non s’introduca di soppiatto un “è ragionevole?” ed eccoci a vele gonfie in mezzo alla critica e alla scienza. Vogliamo non solo sentire, ma intendere. […] Tale è il fatto: che giova ricalcitrare? Quelli che l’hanno con Leopardi, perché fa della “metafisica in versi”, mi hanno l’aria di quei preti che s’incolleriscono contro la filosofia e la ragione, e ripetono a coro: “Fede, fede”. Ohimè! La fede se n’è ita; la poesia è morta».

Ma per comprendere in modo più profondo le implicazioni della scienza anche sulla produzione poetica di Leopardi occorreva forse l’occhio di Calvino: scrittore altrettanto cosmico e lunare, appartenente a quella linea di scrittori-scienziati-filosofi (Cavalcanti, Dante, Ariosto, Leonardo, Gerolamo Cardano, Giordano Bruno, Galileo, Carlo Emilio Gadda, Italo Calvino) che attraversa come una via Lattea tutta la galassia della letteratura italiana, andando quasi a costituirne il suo «vero alveo».

Sulla stessa linea dello scrittore ligure si è posto, alla fine del decennio scorso, il Pelosi, che ha definito la Storia dell’astronomia, ammirata dal De Sanctis e da altri critici, «un palinsesto di immaginazioni poetiche: il Leopardi storico dell’astronomia e il Leopardi poeta delle vaghe stelle dell’Orsa e del pastore errante che vorrebbe errare e veleggiare tra le nubi, sono intimamente legati tra di loro». Più nettamente, i contenuti dell’opera astronomica preannunciano addirittura alcuni dei temi centrali del pensiero leopardiano: «i temi che egli svilupperà, siano essi quelli della natura, del cosmo, dell’uomo, saranno ancorati per sempre a questa visione scientifica del mondo, approfondita quanto si vuole ma proprio per questo portata all’estremo di un limite dal quale non c’è più ritorno». Nel decennio scorso Gaspare Polizzi ha proseguito nella medesima direzione, lavorando ancor più in profondità e scandagliando in vari saggi il profondo rapporto del poeta con le scienze fisiche, matematiche e naturali: dalla Sda alle Dissertazioni, da innumerevoli passi dello Zibaldone alle Operette ed ai Canti più densi d’implicazioni scientifiche (soprattutto fisiche ed astronomiche). Il quadro che emerge da siffatto corpus di studi indica come l’ignoranza delle conoscenze scientifiche e filosofiche di Leopardi non renda pienamente comprensibile l’origine e la formazione di alcuni dei principali temi della sua produzione poetica: la “natura matrigna”, il “pessimismo cosmico”, la solitudine dell’uomo nelle immensità siderali, ecc.

In questo contesto di studi s’inserisce il presente lavoro. Se «molti dei Canti e delle Operette morali sono il logico spontaneo sviluppo dei temi di ricerca cui il poeta si era dedicato sin dalla puerizia» e se «i Canti e le Operette vanno letti tenendo presente sempre la tensione del Leopardi ad una verifica letteraria dei fatti scientifici che più lo interessavano», ciò può riguardare anche L’infinito? E’ possibile ipotizzare anche nel retroterra di questo idillio una matrice scientifica? Nella polisemia esegetica cui si presta la lirica forse più famosa del poeta, un’attenta lettura che tenga conto della poderosa cultura scientifica di Leopardi sembra far emergere un possibile richiamo a Newton, sui fili dei concetti di spazio e tempo. Un’utile indicazione di partenza si trova ancora nei Memos calviniani: l’osservazione posta in apertura al nostro lavoro, incentrata proprio su Leopardi, chiude una sequenza di immagini della letteratura che accompagnano la fortuna letteraria delle teorie di Isaac Newton; e, poche pagine più in là, al termine del memo sulla Leggerezza, emerge la presenza di «un filo che collega la Luna, Leopardi, Newton, la gravitazione e la levitazione». Ma prima di seguire quel filo, che riaffiorerà ben più denso d’implicazioni in Esattezza, si renderà utile una breve rassegna di passi leopardiani che comunichino l’importanza della scienza moderna per il poeta recanatese. Giacché il rapporto tra Leopardi e la scienza è già stato ampiamente scandagliato dagli studiosi citati, ci limiteremo a qualche esempio, tra i più significativi.

In un passo dell’Introduzione della SdA, risalente al 1813, il poeta sottolinea il primato e l’utilità della scienza astronomica:

«La più sublime e nobile tra le scienze Fisiche è senza dubbio l’Astronomia. L’uomo si innalza per mezzo di essa come al di sopra di sé medesimo, e giunge a conoscere la causa dei fenomeni più straordinari. Una così utile scienza, dopo essere stata per molto tempo soggetta alle tenebre dell’errore ed alle follie degli antichi filosofi, venne finalmente ne’ posteriori secoli illustrata a segno, che meritatamente può dirsi, poche esser quelle scienze, che ad un tal grado di perfezione sieno ancor giunte.»

Segue un passo dal Capo IV in cui Leopardi si sofferma sul trittico dei padri della Rivoluzione scientifica (Copernico, Galilei, Newton), glorificandone gli ingegni ed i rispettivi risultati scientifici:

«Egli fu, giusta la graziosa espressione di Fontenelle e di Algarotti, quell’ardimentoso prussiano [Copernico], che fe’ man bassa sopra gli epicicli degli antichi, e spirato da un nobile estro astronomico, dato di piglio alla Terra, cacciolla lungi dal centro dell’Universo, ingiustamente usurpato, e a punirla del lungo ozio, nel quale avea marcito, le addossò una gran parte di quei moti, che venivano attribuiti a’ corpi celesti che ci sono d’intorno. […]»

«Newton fe’ nascere un’astronomia nuova, l’astronomia fisica, la scienza delle cause, dalle quali risultan quegli effetti, che per tanti secoli sono stati l’oggetto delle umane ricerche. Le scienze furono da principio isolate, si ravvicinarono appoco appoco, e si prestarono vicendevolmente soccorso, ed allora cominciarono a far considerabili progressi. L’astronomia era una volta la scienza de’ fenomeni lontani: la fisica consisteva nello studio di ciò, che si opera intorno a noi, nella considerazione degli elementi e delle meteore. […] Per congiungere la natura celeste colla terrestre convenìa mostrare che i loro fenomeni sono identici, operati dalle stesse cause e regolati dalle stesse leggi. Questo è ciò, che noi dobbiamo a Newton.»

L’analisi dei passi proposti dovrebbe rendere con chiarezza la dimensione erudita delle conoscenze astronomiche e fisiche del poeta (inclusa la dimestichezza nell’utilizzo della terminologia scientifica: «epicicli», «moti», «scienza delle cause», «effetti», «leggi») assieme alla sua palese partigianeria per la nuova scienza, testimoniata dall’intonazione espressamente “eroica” che emerge dalla tessitura lessicale stemperata con l’istanza illuministica del superamento della superstizione e dell’acquisizione di una verità che è risultato di ragione ed esperienza. Nel passo dall’Introduzione, si nota subito come «l’astronomia rappresenti il segno più sicuro della modernità e della superiorità della ragione umana che ha saputo rischiarare le tenebre dall’errore», permettendo all’uomo di innalzarsi al di fuori del proprio quadro limitato ed ingannevole, stabilendo un nuovo rapporto tra sé e l’universo extraumano. Siffatto innalzamento assume una connotazione quasi epica nel passo dal Capo IV, dove l’intelaiatura verbale della descrizione dell’impresa scientifica copernicana trasfigura la struttura concettuale elaborata dallo scienziato nei gesti d’una sequenza scenica quasi titanica (per alcuni versi in anticipo su alcune delle immagini più “cosmiche” delle Operette) che riproduce linguisticamente la violenza dello sconvolgimento scientifico e culturale portato dalla teoria eliocentrica: Copernico (glorificato dalla perifrasi dell’«ardimentoso prussiano») viene elevato nella diegesi a titanica figura, proiettata nelle profondità siderali, che per prima ha saputo rischiarare le tenebre dell’errore facendo piazza pulita («fe’ man bassa) dell’impianto tolemaico («degli epicicli degli antichi»), percuotendo («dà di piglio») la Terra, cacciandola («cacciòlla») fuori dal centro dell’Universo e riconoscendola partecipe («addossandole») di quelle orbite («una gran parte di quei moti») che prima si credeva la attorniassero. E’ inoltre degno di osservazione l’uso di «nobile estro», determinato ulteriormente dall’aggettivo «astronomico» (con forte allitterazione del gruppo sibilante-liquida-dentale, estro astronomico) che, assieme all’aferesizzato «spirato», sembra avvicinare la base del procedimento immaginativo dello scienziato che plasma la propria teoria alla creatività del poeta che plasma il proprio personale cosmo in parole.

Altrettanto entusiasta, anche se caratterizzato da un lessico meno eroico e più ricco di termini scientifici e filosofici, risulta il riconoscimento del genio newtoniano, cui Leopardi attribuisce la nascita dell’astronomia fisica che unisce la scienza dei fenomeni terrestri a quelli celesti riconducendo entrambi alle stesse cause. E con ciò il poeta mostra chiaramente di non aver alcun dubbio sul carattere “definitivo” del meccanicismo newtoniano: «l’immagine che Leopardi recepisce dalla scienza del proprio tempo è schiettamente meccanicistica. Il mondo naturale è riconosciuto in avvenimenti e fenomeni mossi da quelle “forze motrici” descritte dalle leggi della meccanica». Prima di interrogare gli immensi spazi siderei nei suoi versi più cosmici, dunque, il giovane Leopardi li ha esaminati con scientifico rigore: ecco perché Calvino osservò che Leopardi, quando cantava gli astri e la Luna, «sapeva esattamente di cosa parlava». Già in questa sede va segnalato «il valore conoscitivo generale attribuito al metodo scientifico newtoniano, alla “moderna Fisica”, vista come fonte di una conoscenza razionale scevra da quegli errori invece così diffusi nel sapere antico» (Pelosi). Ma il peso specifico di simili pagine nell’opera omnia leopardiana si misura non soltanto sulla loro utilità per risalire alle fonti del sapere scientifico del poeta bensì anche per l’apparizione in filigrana di alcune definizioni sorprendenti che preannunciano alcuni temi centrali del pensiero leopardiano: la prospettiva antiantropocentrica, la marginalità dell’uomo nel cosmo e l’infinito (quest’ultimo approfondito qui nel senso fisico-astronomico).

L’analisi dei passi proposti indica come la scienza, ed in particolare l’astronomia, rappresenti per Leopardi la disciplina che, più di altre, ha demolito per sempre le sicurezze del senso comune (come il poeta avrebbe ribadito anche nel primo paragrafo del Saggio sopra gli errori popolari degli antichi), plasmando un mondo che contraddice le più elementari esperienze sensibili e, soprattutto, mettendo in discussione le certezze più consolidate: fra le quali vi sono anche le illusioni, fondamentali, sul primato dell’uomo nel cosmo. Proprio quest’ultima tematica viene approfondita dal poeta in un pensiero dello Zibaldone risalente a qualche anno dopo la Sda, che costituisce un ulteriore passo di cruciale importanza:

«Una prova in mille di quanto influiscano i sistemi puramente fisici sugl’intellettuali e metafisici, è quello di Copernico che al pensatore rinnuova interamente l’idea della natura e dell’uomo concepita e naturale per l’antico sistema detto tolemaico, rivela una pluralità di mondi mostra l’uomo un essere non unico, come non è unica la collocazione il moto e il destino della terra, ed apre un immenso campo di riflessioni, sopra l’infinità delle creature che secondo tutte le leggi d’analogia debbono abitare gli altri globi in tutto analoghi al nostro, e quelli anche che saranno benché non ci appariscano intorno agli altri soli cioè le stelle, abbassa l’idea dell’uomo, e la sublima, scuopre nuovi misteri della creazione, del destino della natura, della essenza delle cose, dell’esser nostro, dell’onnipotenza del creatore, dei fini del creato ec. ec.»

Ritorna la figura di Copernico ma, stavolta, ben più densa d’implicazioni rispetto al precedente passo della Sda. L’astronomo si conferma non un semplice scienziato ma «una vera e propria figura vivente dell’immaginario scientifico leopardiano». L’analisi del pensiero rivela come la magniloquenza che caratterizzava il passo precedente sia sfumata in una partitura sintattica e semantica dall’intonazione meno eroica ma non per questo meno appassionata: il complesso ininterrotto di relative coordinate tra loro e dipendenti dal «che» iniziale, sorrette da un’intelaiatura verbale interamente riferita allo scienziato («rinnova», «rivela», «mostra», «apre, «abbassa», «sublima», «scuopre») e disposte tipograficamente in sequenza ma dilatabili idealmente in un ventaglio, crea nella sintassi un improvviso spalancamento riproducendo sia l’apertura degli infiniti spazi siderei portata dalla teoria eliocentrica (quasi con una corrispondenza tra testo e cosmo) sia la stessa vastità dell’«immenso campo di riflessioni».

Il pensiero 84 risale, come già accennato, al 1819. Allo stesso anno è datato L’Infinito. Delle connessioni di questo idillio con la Teoria del piacere (che però Leopardi inizia a definire nello Zibaldone non prima del 1820) esiste ormai un’ampia, approfondita ed esaustiva bilbiografia critica. Eppure la disamina linguistica che opereremo sul testo dell’idillio, unitamente alla considerazione della poderosa cultura scientifica del poeta, induce a dubitare che la sua giustificazione ontologica possa trovarsi unicamente in una motivazione di tipo antropologico. Polizzi, ad esempio, distingue, a buon diritto, tra una riflessione sull’infinito «in ambito morale e antropologico, connessa alla questione della felicità e alla teoria del piacere» da una «in ambito filosofico e scientifico (matematico, fisico, chimico)». Se tra i catalizzatori della riflessione “antropologica” si collocano ad esempio La Filosofia morale secondo l’opinione dei Peripatetici ridotta in compendio di Francesco Maria Zanotti, tra le letture scientifiche Polizzi individua gli Elementi di fisica sperimentale di Saverio Poli, integrati da Vincenzo Dandolo (seconda edizione veneta, Tipografia Pepoliana, Venezia 1796; 17811), ove emerge «distinzione tra infinito fisico, “attuale”, e infinito geometrico, “potenziale”», oltre alle opere di Copernico, Galileo e Newton. Ma prima di capire come l’idillio possa contenere anche una radice connessa alla fisica di Newton, occorre partire da un’analisi atta a coglierne sia la struttura profondamente razionalistica, sia, più nello specifico, alcuni aspetti metrici, stilistici e lessicali, sui quali poi riflettere per risalire ad una possibile radice scientifico-epistemologica.

 

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovrumani

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo; ove per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s’annega il pensier mio:

E il naufragar m’è dolce in questo mare.

 

Al primo gradino della nostra analisi si pone il riconoscimento della raziocinante “legge del due” che informa la lirica, riconoscibile già nell’impianto metrico e sintattico. L’idillio risulta plasmato attraverso una rigorosa architettura metrica che evoca una simmetria ed una regolarità quasi “euclidee”, come ha rilevato il Blasucci: i quattro periodi delimitati da punti fermi presentano una dispositio speculare (al primo periodo di tre versi corrisponde il quarto di due versi e mezzo, mentre al secondo periodo di cinque versi corrisponde il terzo periodo di quattro e mezzo) sicché l’idillio risulta magistralmente scandito da due parti perfettamente bilanciate di sette versi e mezzo ciascuna, saldate nella chiave di volta del punto fermo coincidente con la cesura al v. 8.

Ancora due sono gli andamenti sintattici dei periodi: il primo ed il quarto contraddistinti da una partitura piana e paratattica, mentre il secondo ed il terzo da un ritmo più arioso, originato dall’incremento di costrutti ipotattici. E sempre due sono le funzioni del secondo e terzo periodo, devoluti a svolgere il tema dell’infinito rispettivamente sul versante della spazialità e della temporalità.

Infine, avvicinandoci al tema di questo scritto, due sono le dimensioni emergenti dalla partitura lessicale: un “al di qua” empirico, composto da un paesaggio essenziale d’oggetti concreti (ermo colle, siepe, piante, suon di lei) e un “al di là” astratto, pauroso, a significare estensioni che non si danno nell’umana dimensione (infinito spaziale – interminati spazi e profondissima quiete – e temporale – eterno, morte stagioni) e che, per inciso, riemergeranno anche nella produzione delle fasi successive agli Idilli (ad esempio nel maestoso finale del Cantico del gallo silvestre). A definire linguisticamente il confine tra siffatte dimensioni, concorre la poderosa deissi spaziale dipanata sul filo d’un uso sapientemente alternato dei dimostrativi, che additano dapprima gli oggetti vicini e concreti (quest’ermo colle, questa siepe) poi immensamente lontani ed astratti (di là da quella), poi ancora vicini (queste piante, questa voce); solamente alla fine, dopo il naufragio, spariti i termini di riferimento concreti, il dimostrativo rimarcante la dimensione concreta-empirica passa ad indicare quella infinita (questa immensità, questo mare), quasi a segnare una mezza conquista di essa.

Infine, i termini relativi allo spazio sconfinato (orizzonte, spazi, immensità, mare), all’infinità temporale (sempre, l’eterno, le morte stagioni) ed al silenzio (ermo colle, quiete, silenzi, e il potentissimo infinito silenzio), amplificati dalla cassa di risonanza dell’impianto aggettivale (ultimo, profondissima) talvolta in fortissimo enjambement (interminati, sovrumani), delineano un’estensione spazio-temporale proiettata addirittura oltre le profondità siderali, in una dimensione oltre ogni umana sensibilità, amplificata fonologicamente dalla preponderanza di timbri vocalici aperti e dal gioco d’echi interni creato dalla fitta serie di enjambement.

Il tutto è schematizzabile nella tabella seguente:

 

SPAZIO E TEMPO CONCRETI (“al di qua”)

questo/questa

SPAZIO E TEMPO ASSOLUTI (“al di là”)

quello/quella

quest’ermo colle

interminati spazi

questa siepe

profondissima quiete

queste piante

quello infinito silenzio

la presente e viva e il suon di lei

morte stagioni

questa immensità / questo mare

 

Si tratta ora di sussumere le due parti di questa struttura binaria alla principale contrapposizione dualistica che domina l’idillio, magistralmente individuata da Italo Calvino nelle Lezioni Americane: «il rapporto tra l’idea d’infinito, come spazio assoluto e tempo assoluto, e la nostra cognizione empirica dello spazio e del tempo»; o, come è stato osservato recentemente, «il rapporto tra la concezione dell’infinito, che è empiricamente impossibile per l’intelletto umano, e l’esperienza dell’indefinito, unica possibile agli uomini attraverso i sensi»; ossia, il rapporto tra l’eterno, le morte stagioni (tempo assoluto) e la presente e viva concretizzata nel suon di lei (tempo relativo, empirico), e tra gli interminati spazi, profondissima quiete, sovrumani silenzi (spazio assoluto) e questo colle, questa siepe (spazio relativo, empirico).

Questa distinzione in realtà risaliva a ben prima di Leopardi. La distinzione tra i concetti assoluti ed empirici di spazio e tempo marca l’intera storia della filosofia occidentale, e, nello specifico, costituisce uno degli aspetti più noti della fisica di Newton, introdotto nel III libro dei Philosophiae naturalis principia mathematica: un’opera che Leopardi ben conosceva nell’edizione del 1760 commentata da Jacquier e Le Seur, presente, assieme ad innumerevoli altre opere scientifiche, nella ricchissima biblioteca paterna ed considerata la principale base del newtonianesimo di Leopardi.

Newton distingueva due tipologie di spazio e  tempo: «il tempo assoluto, vero, matematico, in sé e per sua natura senza relazione ad alcunché di esterno; quello relativo, apparente e volgare, è una misura sensibile ed esterna: tali sono l’ora, il giorno, il mese, l’anno»; contestualmente «lo spazio assoluto, per sua natura senza relazione ad alcunché di esterno, rimane sempre uguale ed immobile; lo spazio relativo è una dimensione mobile, che i nostri sensi definiscono in relazione alla sua posizione rispetto ai corpi». Siffatti concetti si erano avviati nel Settecento a divenire una nuova divinità razionalisticamente pensata, dando vita ad un deismo fondato su una sorta di universalismo espresso nello spazio e nel tempo assoluti. E, com’è stato sagacemente osservato, «la siepe permette a Leopardi proprio un’estensione puramente matematica e geometrica, in consonanza al deismo razionalizzante».

 

 

LA DISTINZIONE DI NEWTON

SPAZIO E TEMPO CONCRETI

SPAZIO E TEMPO ASSOLUTI

il tempo relativo, apparente e volgare, è una misura sensibile ed esterna: tali sono l’ora, il giorno, il mese, l’anno

il tempo assoluto, vero, matematico, in sé e per sua natura senza relazione ad alcunché di esterno;

lo spazio assoluto, per sua natura senza relazione ad alcunché di esterno, rimane sempre uguale ed immobile

lo spazio assoluto, per sua natura senza relazione ad alcunché di esterno, rimane sempre uguale ed immobile

 

Ne emerge che la distinzione di Newton tra spazio e tempo assoluti e concreti sembra risultare curiosamente consimile alla distinzione leopardiana tra l’idea d’infinito come spazio assoluto e tempo assoluto e la cognizione empirica dello spazio e del tempo: un rapporto che anche Newton, come Leopardi, considerava irrisolvibile, sottolineando l’impossibilità, per noi osservatori inerziali, di una concezione assoluta di spazio e tempo. Per cui, oltre la nostra possibilità visiva, lo spazio è infinito e il tempo immobile.

E’ bene, però, mettere in guardia da una banale sovrapposizione delle due distinzioni leopardiana e newtoniana, giacché non si tratta di un travaso acritico dei concetti newtoniani nella poesia (esperimento che avrebbe depotenziato la forza visionaria dell’idillio ad esperimento di intrinseco valore estetico ma di ben poco sugo espistemologico): all’uopo si rende utile la distinzione che Leopardi operava recisamente tra “termini”, aridamente monoreferenziali e tipici del linguaggio scientifico, e “parole”, polisemiche e vaghe, le uniche riservate alla lingua poetica. Le “parole” interminati spazi ed eterno, dunque, non sono frettolosamente sovrapponibili ai “termini” spazio assoluto e tempo assoluto newtoniani ma, piuttosto, “infinitamente” avvicinabili. Ed il sostrato scientifico non costituisce banalmente la base dell’idillio ma viene mirabilmente trasfigurato in filigrana sino ad una totale reductio ad unum con la diegesi poetica, dove l’apporto della riflessione scientifica non è più separabile da quello delle concezioni metafisiche e dell’arte poetica. Pertanto, la distinzione newtoniana tra spazio e tempo assoluti e relativi non è da intendersi come unica suggestione all’idillio, ma semmai come elemento che concorre anch’esso alla definizione d’una riflessione ben più vasta e spinta sino ad estreme conseguenze, non più soltanto scientifiche o antropologiche.

Il concetto scientifico funge dunque da catalizzatore e, attraverso quella souffrance della ragione che tanta parte avrà nelle Operette e nei Canti, viene sospinto nell’orbita d’una dimensione extraumana, giungendo a quella che è stata definita, con efficacissimo ossìmoro, un’«estasi naturalistica», culminante nell’«immagine acquatica, cosmica, quasi prenatale del naufragio»: dove il dimostrativo questo, dapprima utilizzato nella deissi relativa all’ “al di qua” empirico-concreto, funge, in chiusa, da corredo aggettivale all’immensità dell’ “al di là” (questo mare), quasi ad interpretare la chiave di volta in cui si confrontano (matematicamente e non concretamente) i due mondi, concreto e assoluto, divisi dalla siepe; la quale «permette la visione di una estensione puramente matematica e geometrica, in consonanza al deismo razionalizzante»: sicché il mondo reale “tende” all’infinito senza mai raggiungerlo, configurando la siepe quasi come un asintoto poetico.

Da ultimo, non sarà inutile concentrarsi brevemente sull’etimo di due verbi notevoli che, assieme al naufragar, scandiscono il processo di ascesa intellettuale: «mirando», che non significa semplicemente “guardare” ma va ricondotto alla sua più schietta etimologia latina (il verbo miror), che evoca una intensissima contemplazione conoscitiva; e l’intransitivo pronominale «mi fingo» (dal latino fingo,-is, finxi, fictum, fingere), “plasmare”: il poeta “plasma” una condizione attraverso la contemplazione estatica d’un gedankenexperiment che non può prescindere dalla conoscenza di ordini e leggi dell’universo; allo stesso modo in cui Borges ha “plasmato” le sue Finzioni e i padri di ogni rivoluzione scientifica hanno “plasmato” una nuova immagine dell’universo (tenendo presente che, come ha scritto Paul Valery, «ogni immagine dell’universo è un’immagine mitica»).

L’infinito assume così la forma d’un potente gedankenexperiment, non differente dalle più estrose e sorprendenti «congetture cosmologiche» delle Operette (che tanto affascinarono ed ispirarono Italo Calvino) nonché dall’estremo esperimento mentale che il Leopardi mette in atto con il vertiginoso rivolgimento dell’effetto prospettico nella IV stanza de La Ginestra, dove, immaginando di collocare il proprio punto di vista tra le più lontane nebulose, «intuisce ed anticipa di un secolo il gedankenexperiment di Einstein, che si colloca ipoteticamente al di fuori della Terra per poter formulare la propria teoria» (come ha osservato Pietro Pelosi in Leopardi fisico e metafisico, pag. 80).

La scienza appare dunque al giovane Leopardi la malta per erigere con i mattoni delle “parole” solide immagini del mondo. In questa fase di attività del poeta, nonostante sia già attivo il “pessimismo storico”, la natura non è ancora accusata d’essere la principale responsabile dell’infelicità umana. Tuttavia proprio dalla scienza moderna il poeta trae la convinzione della sempre più forte marginalità dell’uomo nell’universo, che lo porterà di lì a qualche anno ad interrogarsi sul senso dell’uomo nel cosmo, risultando determinante addirittura per la definizione del suo “pessimismo cosmico”.

E la Luna, lungi dal rappresentare soltanto un’interlocutrice languida e sentimentale, si configura come il simbolo della levitazione eccentrica, della spinta dell’immaginazione a superare ogni limite: la Luna che si credeva spostasse le maree, la Luna la cui luce comunica quell’idea di levità e rarefazione prodigiose tipiche delle più straordinarie pagine galileiane e leopardiane, è il trampolino di un coraggioso e quasi eroico slancio antigravitazionale dell’intelletto verso la vastità dell’universo sconosciuto, per una differente visione del mondo che liberi la mente dal proprio parochialism antropocentrico, stabilendo un nuovo rapporto tra l’uomo e l’universo extraumano. Per Leopardi, come per altri poeti e scrittori della letteratura italiana, levitazione leggera verso la Luna è «una continua sfida – mentale – alla legge della gravitazione». Lo era già stata per Dante e Beatrice mentre, dalla Luna, ascendevano di stella in stella verso l’Empireo, per il volo sulla Luna di Ariosto travestito da Astolfo o per Galileo che, dietro il suo cannocchiale, aveva iniziato dalla Luna la sua nuova descrizione del cosmo; e tornerà ad esserlo nel Novecento per Italo Calvino, aprendo la letteratura italiana alla weltanschauung di una nuova mitopoiesi cosmica.

di Michele Scolari

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