italo-calvino

Dal trittico degli antenati a Palomar, la weltanschauung calviniana, lungi dal perdere il contatto con la realtà o dall’esser figlia di «un domator di cavallucci a dondolo» (secondo l’opinabile definizione di Antonio Moresco), è improntata alla creazione di un modello che si pone a mezza via tra un predittivo ordine deterministico e uno stocastico disordine (icasticamente simboleggiati dal cristallo e dal fumo). Il suo amore sviscerato per il mondo rigoroso del cristallo non gliene impedisce l’integrazione con quello assurdo e acausale del fumo, in vista del compromesso del vortice liquido (concettualmente isomorfo alle figure della spirale e della fiamma – assai ricorrenti nella diegesi). Dietro le antinomie dei cortocircuiti calviniani (che tanta somiglianza mantengono con i “concetti fluidi” e le “analogie creative” di Douglas Hofstadter o di Edgar Morin), si allunga in realtà l’ombra delle implicazioni di due grandi modelli scientifici ed epistemologici, i due “massimi sistemi” del XX secolo, discussi nelle storiche conferenze organizzate da Massimo Piattelli Palmarini al Centre Royamount di Parigi nel 1975 e a Palazzo Vecchio di Firenze nel 1978: quello nomotetico, deterministico e ridondante del cristallo e quello complesso, statistico e non-integrabile della fiamma. In questo senso, il domicilio coatto dello scrittore unicamente dalla parte delle categorie di ordine, regolarità, simmetria (nelle quali rimane confinato in ultima analisi anche lo strutturalismo, bloccato in una dialettica differenziale tra sincronia e diacronia), ha prodotto un Calvino monco, altrettanto dimezzato quanto il suo Visconte, che è opportuno restituire alla sua natura complessa, dinamica, sistemica.

Sono innegabili i numerosi riferimenti al rapporto fecondo che l’opera letteraria di Italo Calvino ha intrattenuto con la scienza. Ma oggi è ancora accettabile l’immagine canonica, proposta da parecchia letteratura critica, di un Calvino unicamente dalla parte del cristallo, della composizione geometrizzante, della logica rigorosa e “fredda”, dei sistemi formali e del determinismo del ragionamento deduttivo?
A ventisette anni dalla sua scomparsa (avvenuta prematuramente nel lontano 1985) è tempo di tracciare un bilancio sull’opera di uno dei più proficui e visionari scrittori della letteratura italiana del ‘900.
Un bilancio che tenga conto anche di recenti teorie scientifiche, chiamate “Scienze della Complessità”, che hanno progressivamente disegnato un nuovo quadro di riferimento scientifico (diremmo, un “modello”, anche se non potrebbe essere definito un “paradigma”) che rompe con il meccanicismo e determinismo della scienza classica. Dagli anni ’50 in poi concetti come , cibernetica, caso, autorganizzazione, strutture dissipative, informazione, ordine dal caos, emergentismo, rete, ecc. hanno fatto il loro ingresso nei laboratori di ricerca e nella letteratura scientifica rompendo con l’idealizzazione newtoniana della natura, che esclude dall’ordine perfetto e cristallino dell’universo come disturbi l’aleatorio, il contingente, le “singolarità” e i processi non-lineari. Queste scienze (e l’epistemologia da esse derivata), tuttavia, non esaltano il caos e il disordine, bensì le dinamiche della connessione di questi con l’ordine, la struttura, la necessità. Lo spostamento concettuale operato da queste teorie è stato interpretato come un cambio di “modello”, una nuova rivoluzione scientifica (tutt’ora in corso) nonché una sfida (appunto “La sfida della Complessità”) ai fondamenti epistemologici della scienza moderna occidentale. Il lavoro di Calvino può essere posto sulla cresta dell’onda di questo spostamento concettuale e “paradigmatico” dalla scienza moderna a quella della Complessità, attraverso un approccio interdisciplinare alla conoscenza che vede la letteratura come un entità in grado di costruire visioni del mondo (o “cosmologie”) non dissimili per forza conoscitiva da quelle prodotte dalla scienza.
Nell’intera opera letteraria di Calvino è possibile infatti cogliere ante litteram alcune intuizioni di incompletezza dell’approccio tradizionale della scienza moderna, collegabili alle varie linee di ricerca nell’ambito delle “scienze della complessità” tra gli anno ’50 e gli anni ’80, come la cibernetica di Norbert Wiener, la teoria dell’informazione di Claude Shannon, la teoria dei sistemi lontani dall’equilibrio di Ilya Prigogine, il cervello come sistema emergente di Douglas Hofstadter, l’evoluzione come bricolage di François Jacob o l’epistemologia genetica di Jean Piaget. Tutta l’opera dello scrittore ligure è improntata alla creazione di un modello che si pone a mezza via tra un predittivo ordine deterministico e uno stocastico disordine. Creazione che emerge, appunto, come compromesso del vortice liquido (o spirale, o fiamma, immagini assai ricorrenti nell’opera omnia dello scrittore): connessione tra il determinismo ridondante del cristallo e il disordine totale del fumo.

Verso una cosmologia
E’ indubbio come Calvino, dapprima nei primi romanzi e successivamente con la cosiddetta ‘svolta scientifica’ anni Sessanta, avesse già maturato, attraverso l’esercizio della propria attività artistica ed intellettuale, una Weltanschauung ‘complessa’ e non riduzionistica. Difficile stabilire come tale coscienza si fosse creata nel giovane scrittore. Senz’altro il contatto continuo e profondo con “la verde e mucillaginosa natura” che lo scrittore ebbe sin da bambino, immerso nel giardino botanico dei genitori (il padre, Mario Calvino, era agronomo di fama mondiale e la madre, Evelina Mameli, era assistente di botanica a Pavia) o nella lussureggiante vegetazione ligure attorno alla villa di famiglia (La Meridiana), contribuì a creare una prima ed indistinta visione ‘bio-cognitiva’ e non riduzionistico-meccanicistica del mondo, nonché un’assenza di barriere tra natura e cultura (descritta in particolare nei suggestivi racconti La strada di S. Giovanni, Un pomeriggio Adamo, e presente in molti passi dei Racconti, della Trilogia e de La giornata di uno scrutatore). Successivamente, anche le conversazioni ‘maieutiche’ con amici quali Eugenio Scalfari, in cui entravano anche classici della scienza come Darwin ma anche le ultime novità scientifiche e epistemologiche dell’epoca (soprattutto Heisenberg, Planck, Eddington), concorsero alla maturazione di questa coscienza non meccanicistica. A questa dovettero contribuire inoltre l’incontro con la tradizione di filosofia naturale che caratterizza i classici preferiti dallo scrittore ligure, soprattutto Lucrezio (sulla cui ‘complessità’ si sarebbero espressi negli anni ’70 Ilya Prigogine e Michel Serres), Ovidio, Ariosto, Bruno, Galileo, Leopardi, Gadda (ai quali in seguito si aggiungerà anche il mènage à trois della filosofia naturale di Cyrano de Bergerac, e Paul Valery). Tutti questi presupposti concorrevano a formare ciò che, soprattutto nella Trilogia, in Marcovaldo e ne La giornata d’uno scrutatore, rappresentava ancora un indistinto “nodo d’idee”, piuttosto che un modello cosmologico (o “quadro epistemologico generale”).
Un’evoluzione significativa nel pensiero dello scrittore ligure si verifica durante il viaggio negli Stati Uniti risalente ai primi anni Sessanta, nel quale due eventi concorsero ad operare un primo scioglimento del groppo di idee e di fantasie che Calvino avvertiva dentro di sé: il pensiero cibernetico-informazionale e “pre-complesso” di Norbert Wiener e Claude Shannon, e, forse ancor più, il pensiero mitico-cosmologico degli ‘arcaici’ studiati da Giorgio De Santillana ne Il mulino di Amleto (De Santillana gli fece da guida durante tutto il suo soggiorno). Da tutte queste singole letture Calvino giunse a maturare autonomamente il progetto di una visione del mondo, di un’immagine dell’universo che per molti versi si orientava già verso quell’assenza di barriere fra uomo e natura, ovvero quella continuità antiantropocentrica tra materia, vegetali, animali, uomini e macchine che le Scienze e più in generale l’Epistemologia della Complessità cominceranno a portare alla luce soprattutto tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80, ma che già nel 1967 per Calvino assumeva le forme di un nuovo rapporto dell’uomo con l’universo rispetto all’universo meccanico e antropocentrico della scienza classica: ovvero «una conoscenza in cui ogni ipoteca antropocentrica sia abolita, in cui la storia dell’uomo esca dai suoi limiti e sia vista solo come anello, lasciandosi inghiottire ai due estremi dalla storia dell’organizzazione della materia, da una parte nella continuità animale, e dall’altra nell’estensione alle macchine per l’elaborazione dell’informazione».

Tra ordine e disordine: la scacchiera e i dadi, la cibernetica e i fantasmi, il cristallo e il fumo
In particolare, da Wiener Calvino dovette ricevere un fondamento rigoroso sia riguardo una visione “biocognitiva” e non meccanicistica della natura, sia riguardo le proprie convinzioni su un approccio trasversale ed interdisciplinare di scienza e arte, non come universi chiusi bensì come ambiti sotto i cui differenti linguaggi si cela una comune matrice di ricerca (Wiener sosteneva che «tanto il letterato che lo scienziato rappresentano i due sacerdoti della comunicazione nel mondo contemporaneo»). Da De Santillana dovette ricevere non solo la coscienza (già messa efficacemente in luce da M. Bucciantini – Calvino e la scienza) del ‘mito’ come primo discorso scientifico-cosmologico (e quindi dell’assenza di barriere tra scienza e mito/letteratura), ma anche la consapevolezza del “sogno” laplaciano della scienza (e più in generale della cultura) moderna, dell’illusione che ogni ricerca dell’ordine perfetto e della clavis universalis porta con sé: questa convinzione ne Il mulino di Amleto è infatti rappresentata molto bene dall’immagine, rintracciata da De Santillana in parecchie culture arcaiche, di un gioco di scacchi in cui si utilizzavano contemporaneamente pedine e dadi (circa quindici anni dopo, verso la metà degli anni ’70, Manfred Eigen avrebbe ripreso le stesse immagini ne Il Gioco): in quel tipo primitivo di scacchi non era dunque la mano del giocatore a decidere la mossa e la conseguente “struttura” dei pezzi sulla scacchiera bensì la gettata di dadi. E ciò conferma come già quegli ‘arcaici’ avessero maturato la coscienza antiantropocentrica di una connessione ‘uniduale’ tra cosmo e catastrofe, tra ordine e disordine, tra necessità e caso, tra universalis e singularis e, di conseguenza, dell’uomo come vivente in seno alla natura e non contrapposto ad essa (poiché l’irriducibilità del caso annulla la pretesa umana di dominare la natura e la conoscenza fissando leggi assolute): è importantissimo notare che la medesima concezione antimeccanicistica e ‘complessa’ si ritrova nella struttura degli iperromanzi calviniani a cavallo tra gli anni ‘60 e gli anni ‘70, come vedremo tra poco. E non è da escludere che le scacchiere sulle quali si articola il fantastico calviniano, più che trovare nutrimento nelle scacchiere tutto sommato ancora deterministiche e riduzionistiche dello strutturalismo (bloccato in una dialettica differenziale), traessero invece spunto proprio da quelle scacchiere dei miti “arcaici” svelati da De Santillana in cui le pedine, abbinate ai dadi, lungi dal rappresentare un gioco astratto, nascondevano i processi di trasformazione dell’universo (si veda il saggio calviniano Il cielo sono io, ora Fato antico e fato moderno di Giorgio De Santillana, Saggi, II).
Si è molto insistito infatti sull’immagine di un Calvino “algido” e “astratto”, eccessivamente relegato dalla parte della scacchiera, dei sistemi formali, del ragionamento deduttivo, del cristallo della scienza “classica”. Ma già nella produzione narrativa e saggistica degli anni Sessanta e dei successivi anni Settanta, soprattutto con Le Cosmicomiche, Cibernetica e fantasmi, Ti con zero, Le città invisibili, Il castello dei destini incrociati e Se una notte d’inverno un viaggiatore, tutti gli iperromanzi calviniani si articolano su di una struttura assiale che forma un “complesso” sistema d’opposizioni generale (le cui radici sono riconoscibili nell’ “unidualità” complessa dei protagonisti de La Trilogia dei nostri antenati degli anni ’50): in tutti questi iperromanzi infatti, se da un punto di vista macroscopico Calvino privilegia sì l’ordine del cristallo, della composizione controllata e simmetrica, della “sincronia” dei pezzi sulla scacchiera o dei piccoli frammenti colorati del caleidoscopio, quest’ordine è unidualmente connesso al polo opposto con la microscopia dello scarto aleatorio nella regolarità del cristallo, del colpo di dadi, della “scossa al caleidoscopio”, dell’aleatorietà del pulviscolo, del disordine inteso non pessimisticamente come semplice momento entropico, ma come momento potenzialmente neg-entropico, come «luogo originario di formazione, come sfondo costruttivo, condizionale all’origine di forme regolari, strutture, sistemi» (M. Porro). In questo senso dunque il discorso letterario-epistemologico di Calvino, già dagli anni ’50, da un lato riprende il filone che parte dall’immagine della scacchiera abbinata ai dadi dei miti cosmologici riesumati da De Santillana e che attraverso il ‘caos creatore’ dei presocratici e il clinamen lucreziano manda i suoi riflessi sino all’universo di Giordano Bruno, al “colpo di dadi” di Cyrano de Bergerac e al coup de dés di Mallarmè, ponendosi come fattore positivo di organizzazione del mondo; ma dall’altra si proietta già verso il futuro: ovvero verso quella connessione tra organizzazione strutturata e fluttuazione aleatoria, tra vincolo e possibilità, tra ordine macroscopico e disordine microscopico (tra l’ordine del cristallo e il disordine del fumo) che tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 le nuove Scienze della Complessità riconosceranno come ingrediente essenziale di qualunque fenomeno vitale o comunque complesso. Uno degli aspetti salienti delle Teorie della Complessità è proprio quello di sostituire alla dicotomie caso/necessità o ordine/disordine il concetto di processo, nel quale caso e necessità sono intimamente intrecciati e contemporaneamente presenti e che al contempo, grazie all’irriducibilità dei fenomeni stocastici, annulla la pretesa antropocentrica di dominare gli eventi e la natura, restituendo l’immagine cosmica di un uomo integrato nella natura e non contrapposto ad essa, assai vicino dall’antiantropocentrismo dei romanzi calviniani. Gli iper-romanzi di Calvino non sono dunque universi congelati in forme eterne bensì processi, ordini mutevoli, strutture dissipative, entità caosmiche come cristalli di fumo (intendiamo caosmico nel senso proposto da I. Dionigi in Le parole e le cose per l’universo di Lucrezio: ovvero, tra caos e cosmo, tra ordine e disordine). Già gli iperromanzi di calviniani precedenti Palomar elaborano dunque, sia pure con il linguaggio non analitico ma artistico della letteratura (ma di una letteratura nutrita di scienza), una concezione antiriduzionista, dinamica e “complessa” del mondo, che lo scrittore avrebbe ritrovato nei saggi scientifici in cui si sarebbe imbattuto dalla metà degli anni ’70, quando il mondo delle scienze naturali vedeva avviarsi al proprio interno una trasformazione epistemologica di non poco conto scaturita dall’abbandono della centralità di categorie quali uniformitàordineregolarità, e semplicità: da La nuova alleanza di Ilya Prigogine Evoluzione e Bricolage di François Jacob; da Linguaggio e apprendimento di Massimo Piattelli Palmarini Biologia e conoscenza di Jean Piaget e Godel, Escher, Bach di Douglas Hofstadter (manca un riferimento a Tra il cristallo e il fumo di Henri Atlan ma è poco verosimile che lo scrittore ligure non lo conoscesse, data la sua profonda conoscenza della nuova epistemologia francese, tramite anche il sodalizio intellettuale con Piattelli Palmarini).
Le voci di punta di queste nuovi domini della ricerca scientifica dovettero far quadrare i conti a Calvino su di una serie di considerazioni che lo scrittore aveva, come abbiamo visto, già maturato attraverso l’esercizio della propria attività artistica ed intellettuale ma che ancora mancavano di una «dizione catalizzante» (P. Antonello, Il ménage a quattro). E proprio la presenza di questi nuovi domini disciplinari, in cui lo scrittore si era imbattuto probabilmente in virtù anche alla sua amicizia con M. Piattelli Palmarini, è possibile rintracciare nei fenomeni naturali cui assiste il signor Palomar. Come si legge nell’introduzione all’opera infatti, «da quando ho cominciato a mettere insieme questi testi mi era venuto di definire certi temi che vedevo affiorare ripetutamente, per esempio “ordine e disordine nella natura”, “necessità, possibilità, infinito”, “silenzio e parola”». Quel «che vedevo affiorare ripetutamente» è assai significativo a tal proposito: infatti ordine e disordine, necessitàpossibilitàinfinito sono temi comuni a Prigogine, Jacob, Piattelli Palmarini, Piaget e Hofstadter, tutti nominati o recensiti assai felicemente da Calvino e tutti pubblicati tra il 1978 ed il 1981 (e intorno al 1982 questi argomenti cominciarono a circolare anche in Italia, soprattutto ad opera di Mauro Ceruti e Gianluca Bocchi).

Le tessere del mosaico
Se si osserva il comportamento del signor Palomar lungo tutto l’arco del libro, si nota una sorta di evoluzione del suo metodo d’approccio al mondo. Nei primi microtesti infatti, la mente riduzionista di Palomar, a contatto con fenomeni come un’onda, un prato o una coppia di tartarughe, rispecchia ancora il determinismo ed il meccanicismo della scienza “classica” e dell’approccio al mondo da essa derivato, mostrando una visione caratterizzata da un dualismo di matrice cartesiano-newtoniana che vede «l’universo come cosmo regolare e ordinato o come proliferazione caotica»: Palomar ancora non riesce a cogliere le onde del mare nel loro aspetto reticolare e sistemico ma semplicemente cerca di spiegarne una isolandola dalle altre; oppure vede due tartarughe non come due organismi biologici bensì come due macchine elettroniche programmabili, non meno meccanicistiche delle macchine che nel Seicento allietavano la vista di Cartesio, che nel settecento muovevano i telai delle prime industrie tessili e che nel novecento occupavano gli scantinati delle università americane. Ma nella zona dei microtesti centrali, soprattutto nei teatri naturali di Dal terrazzo, L’invasione degli storni, La corsa delle giraffe, Il gorilla albino, L’ordine degli squamati, Il museo dei formaggi, Il marmo e il sangue, La pantofola spaiata, e Il modello dei modelli si coglie un mutamento nel sistema di riferimento del protagonista, in particolare nel diverso modo di intendere la relazione ordine-disordine e vincolo-possibilità (con tutto ciò che ne deriva): rispetto ai primi microtesti, nei quali per Palomar il caso, l’alea, il disordine, rappresentano ancora un elemento di disturbo per la sua volontà di ridurre il mondo al meccanismo più semplice, dai microtesti centrali il protagonista matura invece (in modo anche doloroso) la coscienza di una connessione complessa tra ordine e disordine e della metastabilità di ogni entità, inclusa la conoscenza.
La città “frattale”
In Dal terrazzo, con la descrizione della città dall’alto prende forma uno spazio non-euclideo, sospeso tra ordine e caos, che pare modellato sul “paesaggio” che caratterizza la geometria frattale di Benoit Mandelbrot (ed un simile approccio è presente anche nella descrizione dei golfi marini in Dall’Opaco).
L’ordine spontaneo
Ne La corsa delle giraffe abbiamo un esempio di “ordine emergente dal disordine”: ovvero, dal coacervo di movimenti sgraziati e disarmonici dell’animale emerge un ordine, un’armonia generale del movimento che non sarebbe comprensibile studiando uno per uno i singoli movimenti, ovvero studiandoli “meccanicamente” come un insieme di parti non interrelate.

Lo stormo dal quale
Lo stormo dal quale “emerge” tramite interazioni casuali, un ordine mutevole

Storni e stormi, neuroni e menti
Ne
L’invasione degli storni la forma trasparente e ‘metastabile’ della sfera («come il fumetto di qualcuno che sta pensando ad un cielo pieno d’uccelli») emerge e si mantiene nel tempo come un vortice liquido, a partire dall’interazione apparentemente disordinata e aleatoria (clinamen) di migliaia di storni: essa, oltre a porsi sulla strada del clinamen lucreziano, del turbo-vortice di Michel Serres e delle strutture dissipative di Ilya Prigogine, ricorda la descrizione emergente della mente-formicaio compiuta da Hofstadter in Godel, Escher, Bach, dove la mente (attraverso l’allegoria – o metafora prolungata – del formicaio) viene descritta come come un fenomeno emergente a partire dalle fluttuazioni che si verificano a livello di scariche neuronali, ovvero «il clinamen degli elettroni che migrano da una sinapsi all’altra e seminano pezzi di senso nella corteccia cerebrale organizzando una coscienza» (P. Antonello, ibidem): così come la figura superiore della sfera autorganizzata che emerge dallo stormo, anche i processi mentali, secondo Hofstadter, sono fenomeni collettivi la cui forma metastabile «emerge alla superficie di un substrato profondo, dove milioni di strutture subcognitive che non hanno significato e non rappresentano nulla, interagiscono secondo regole elementari, in parte deterministiche ed in parte aleatorie» (vale la pena di sottolineare, a proposito di immaginazione “mitico-scientifica”, che quel racconto fu scritto da Calvino nel 1980, cinque o sei anni prima che l’ingegnere californiano Craig Reynolds simulasse per la prima volta a computer un sistema complesso emergente costituito proprio da uno stormo di uccelli).
Evoluzione e bricolage
Ne L’ordine degli squamati, il caos di «squame, aculei, concrezioni» del rettilario di Parigi, dal quale si fissano infinite possibili combinazioni non progettate, richiama la teoria di Evoluzione e Bricolage di François Jacob, per il quale non esiste una logica organizzazionale ingegneristica dell’evoluzione, ma l’organizzazione del vivente si comporta come un bricoleur, attraverso «un processo che lavora e si arrangia anche con il disordine, l’alea, l’evento, la perturbazione», producendo combinazioni possibili ma mai definitive.
L’alba della parola
Ne Il gorilla albino, le cui zampe-braccia stringono un oggetto-simbolo (il copertone d’auto), il livello della cultura emerge dal livello della natura, ossia dalla «lunga notte biologica», richiamando la concezione a livelli di linguaggio e apprendimento, e la conseguente assenza di barriere tra animale e uomo, esposta da Piaget al simposio del Centre Rouyamont del 1975 e contenuta ne Linguaggio e apprendimento di Piattelli Palmarini: una concezione che non pone separazioni tra natura e cultura, tra biologia e conoscenza. Anche l’Epistemologia Genetica di Piaget, che si lega al paradigma dell’ordine dal rumore (o dal disordine), «non solo considera il caso e l’evento contingente come fattori positivi e costruttivi nei processi genetici ed evolutivi, ma analizza anche come fenomeni centrali dello sviluppo evolutivo i momenti in cui il rumore e le fluttuazioni, amplificati al di là di una certa soglia, provocano sotto determinate condizioni dei salti qualitativi che presiedono all’emergenza di strutture sempre più integrate e complesse» (Piattelli Palmarini, Linguaggio e apprendimento), come la “perturbazione” causata nel gorilla da copertone, che lo porta verso la produzione di un simbolo, verso un superiore livello di complessità «alle sorgenti del linguaggio».
Pantofole in non-equilibrio
Ne La pantofola spaiata, la distrazione casuale di Palomar (intesa come scarto aleatorio, clinamen) nel comprare un paio di pantofole spaiate, ovvero un’asimmetria, potrebbe essere fonte d’ordine (“neghentropia”) e non di disordine (“entropia”), contribuendo alla ristrutturazione nel mucchio di pantofole del mercante in una nuova simmetria (ordine, necessità), così come nella termodinamica del non-equilibrio di Prigogine «una piccola fluttuazione casuale può dare inizio ad una nuova evoluzione che cambierà drasticamente l’intero comportamento del sistema macroscopico. Non si può sfuggire all’analogia con i problemi sociali, addirittura con la storia. Lungi dall’opporre caso e necessità, disordine e ordine, cominciamo a vedere come questi due aspetti lavorino insieme». Come nella termodinamica del non-equilibrio di Prigogine, anche in questo racconto «una piccola fluttuazione casuale [la svista contingente e casuale di Palomar] può portare alla nascita di nuove forme d’ordine» e, come nell’universo de La nuova alleanza, «l’ordine macroscopico è costantemente alimentato dal disordine microscopico, e la produzione incessante di microfluttuazioni di ogni direzione e intensità è condizione necessaria per l’emergenza, infrequente ma non episodica, di nuove strutture macroscopiche».

Da questo punto in poi, il signor Palomar si rende conto dunque che il cristallo di ogni ordine (fisico, biologico, storico, economico, sociale, ecc.) è instabile, o meglio ‘metastabile’ (in bilico costantemente tra ordine e disordine), e quindi che, diversamente da quanto sostenuto nella scienza classica, ordine e disordine, necessità e caso, non si contrappongono ma cooperano in un medesimo processo di creazione dell’universo: ovvero, come Calvino doveva aver letto nell’introduzione di Piattelli Palmarini a Linguaggio e apprendimento, «quando un sistema altamente complesso è sottoposto a processi aleatori come scosse o frizioni, le parti componenti sono in grado di raggiungere una nuova riorganizzazione, di aggregarsi nuovamente secondo regole inedite e inattese in un nuovo grado-livello d’ordine. […] Questo ordine non esisteva da nessuna parte come un tutto, non era iscritto che localmente allo stadio di pura possibilità teorica, separatamente in ciascun componente. La coerenza e la necessità del piano d’ordine sono emerse da molteplici strutturazioni particolari».
Tutti i fenomeni dunque, sia naturali che sociali, cui assiste il signor Palomar, come l’onda, il prato, l’iguana, lo stormo, il gorilla, i sistemi sociali, fino alla conoscenza stessa ne Il modello dei modelli, non hanno nulla di meccanicistico-deterministico ma presentano il carattere dinamico-probabilistico dei sistemi non-integrabili che le Scienze della Complessità stavano in quel periodo portando irreversibilmente alla luce.  

La tessitura di un arazzo epistemologico
Ci si può chiedere ora quale potesse essere il progetto di Calvino nel richiamare tutti questi domini scientifici nel tessuto narrativo di Palomar. Per rispondere al quesito occorre tenere presente che, storicamente parlando, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 ancora non esisteva una vera e propria Epistemologia della Complessità, da cui si originasse una nuova “cosmologia”, una Weltanschauung tale da poter competere con la visione del mondo della scienza ‘classica’. Nel tempo in cui Calvino stendeva le varie descrizioni per frammenti del signor Palomar (a partire dal 1975), ancora non si parlava di “teorie della complessità” (il termine sarebbe apparso per la prima volta su Le Scienze nel 1978, senza destare troppa attenzione) e i vari domini disciplinari di ciò che si sarebbe chiamata Complessità si trovavano ancora in un mosaico di fili dispersi affioranti dal terreno. Tutti questi risultati ottenuti ciascuno per proprio conto, dunque, non erano ancora rispecchiati in un quadro unitario, e seppure cominciava ad emergere la coscienza di una possibile unificazione (come lasciano intendere i due convegni organizzati da Piattelli Palmarini nel 1975 al Centre Rouyamont di Parigi e nel 1978 a Palazzo Vecchio di Firenze) ancora non era diffusa la convinzione di poterli tessere in una nuova visione del mondo. L’operazione Palomar può in questo senso quindi essere vista come un’operazione contemporaneamente letteraria ed epistemologica, nella quale racconto ed epistemologia, letteratura, scienza e conoscenza si fondono insieme, trovando un corrispettivo nell’operazione di tessitura epistemologica che in quel periodo stavano compiendo pensatori come Gregory Bateson, Edgar Morin o Michel Serres.
A Calvino sembra dunque calzare a pennello quel titolo di filosofo naturale che il fisico Marcello Cini (Un paradiso perduto) ha affibbiato a Gregory Bateson: e forse è per questo che la vera essenza della sua vena mitologico-visionaria è passata così inosservata e molti avrebbero difficoltà a riconoscerlo come una possibile guida. Come scrive Cini “è oggi opinione diffusa che i filosofi non servano più a molto da quando sono le scienze a farci scoprire com’è fatto il mondo. Al massimo si concede ai filosofi di mettere in bell’ordine i risultati di queste scoperte traendone, ex post, conseguenze formali prive di una sostanziale efficacia conoscitiva. Ma la rinuncia all’unificazione filosofica si paga cara. Si paga con la rinuncia a collegare conoscenza valore. La scienza infatti non unifica. La scienza spezzetta. Provocatoriamente si può dire che la scienza come un tutto unico non esiste: esistono soltanto le scienze con le loro innumerevoli branche sempre meno intercomunicanti tra loro. Naturalmente il problema non si risolverebbe facendo calare dall’alto uno schema ideologico preconfezionato. Una reazione di rigetto lo eliminerebbe subito. Soltanto un tessuto unificante potrebbe adempiere a quella funzione svolta in passato dalla filosofia alla quale la scienza ha deliberatamente abdicato. Ma bisogna risalire a Kant per trovare un’unificazione di questo tipo” (s’intende, l’elevazione del modello di conoscenza rappresentato dalla meccanica newtoniana a definizione di conoscenza scientifica generale, conoscenza intesa come scoperta delle leggi necessarie e immutabili che regolano lo svolgimento dei fenomeni relativi alle diverse discipline).
Calvino, come Bateson, sembra porsi proprio su questa strada, con la sola differenza che per lui è la letteratura, non la filosofia, a svolgere la funzione di “campo di forze” tra discipline diverse. Il suo intento sembra la ricerca di un modello in grado di unificare (e non dal punto di vista metodologico, ché sarebbe impossibile, ma da quello epistemologico), in un quadro dotato di sufficiente coerenza interna e generalità, il mosaico di frammenti di sapere che i nuovi settori disciplinari impegnati nella svolta della Complessità producevano ad un ritmo sempre più serrato: un modello che, per di più, anche per Calvino, come per Cini, è metaforizzato dall’immagine icastica del tessuto, come si desume nella Molteplicità delle Lezioni americane«da quando la scienza diffida delle spiegazioni che non siano settoriali e specialistiche, la grande sfida per la letteratura è quella di tessere insieme i diversi saperi in una visione plurima e sfaccettata del mondo». E l’enunciato assume un tono ancor più pregnante e programmatico a fronte dell’immagine fluida e reticolare del tessuto che anche secondo Morin rappresenta la metafora epistemica della Complessità: «la vecchia concezione semplice dell’universo è minata non da una talpa […] ma da numerose talpe differenti che convergono verso la complessità. Tutte le complessità a cui ho fatto riferimento […] costituiscono il tessuto della complessità. Complexus è ciò che viene tessuto insieme, e il tessuto deriva da fili differenti e diventa uno. Tutte le varie complessità si intrecciano dunque, e si tessono insieme, per formare l’unità della complessità; ma l’unità del complexus non viene con ciò eliminata dalla varietà e dalla diversità delle complessità che l’hanno tessuto». A mo’ del costume di arlecchino. O, più classicamente, dell’arazzo multicolore tessuto dall’Aracne ovidiana.
Palomar può essere letto dunque come un tentativo di tessere insieme, nella cosmologia di questo arazzo epistemologico, un insieme assai vasto di fenomeni naturali ancora non rispecchiati in un quadro comune ed apparentemente molto diversi, ma in realtà assai vicini dal punto di vista del loro funzionamento: il linguaggio, l’apprendimento, l’evoluzione biologica, la vita, la mente, la società e finalmente la conoscenza stessa. In questo senso, da un lato Calvino prosegue la tradizione dell’antico filosofo naturale rinascimentale al quale, nella felice definizione di Primo Levi, è devoluto il compito di saldare la “schisi innaturale” tra letteratura e scienza: quella “schisi” sconosciuta a “Empedocle, Dante, Leonardo, Galileo, Cartesio, Goethe, Einstein, agli anonimi costruttori delle cattedrali gotiche, a Michelangelo, ai buoni artigiani d’oggi ed ai fisici esitanti sull’orlo dell’inconoscibile”; quella schisi “non necessaria, nociva, frutto di lontani tabù e della controriforma” che è proseguita sino ai giorni nostri. Dall’altro lato, l’operazione dello scrittore è anche diretta a saldare la “schisi” tra le stesse branche interne alla scienza. In questo senso non solo Calvino si pone sulla strada indicata da Cini e vicino all’operazione condotta da Bateson, ma il suo obiettivo sembra lo stesso che si proponeva il convegno organizzato da Piattelli Palmarini nel 1978 a Palazzo Vecchio di Firenze (“I livelli della Realtà”), al quale, guarda caso, Calvino era stato invitato come relatore, unico tra gli scrittori europei e d’oltreoceano: mettere a confronto frammenti di conoscenza parziale e solo successivamente cercare di capire cosa significassero sul piano di una conoscenza più generale, un livello superiore di complessità. In questo modo il tessuto epistemologico di Palomar delinea i contorni e i fondamenti di una nuova epistemologia e, più che assumere le sembianze pessimistiche di un itinerario verso il nulla (come vorrebbe Vittorio Spinazzola), si configura come un percorso organico e ben compiuto che Massimo Bucciantini ha opportunamente definito «percorso di formazione» (ovvero «reimparare a guardare il mondo»). Ed in questa chiave può essere letta anche la morte finale del protagonista. Più che un presagio di ciò che sarebbe accaduto all’autore, il decesso finale può essere interpretato come una metamorfosi, un mutamento di pelle, come ha osservato sagacemente anche Daniele Del Giudice (e del resto non è il primo decesso che si verifica nella narrativa dello scrittore, basti pensare al decesso di Qfwfq in Ti con zero): un mutamento che scandisce il passaggio da una sorta di homo cartesianus nostro antenato (l’uomo “diviso” nei due protagonisti che caratterizzano i romanzi calviniani precedenti Palomar) verso una sorta di homo complexus (l’uomo “uniduale”, “intrecciato”, riconciliato con sé stesso e con la natura), nostro possibile discendente. Quest’immagine di uomo sembra manifestarsi, ancor più che in Palomar, nei successivi ed incompiuti racconti de I cinque sensi: qui, l’obiettivo di arrivare a riconoscere l’universalis di una forma, di un disegno, a partire dal singularis della “intuizione ‘bassa’ radicata nei sensi” che considera ciò che è singolare, casuale, irripetibile, contingente non più come disturbo ma come elemento necessario, pare proiettarsi ancor più verso un mondo ‘complesso’ e non-riduzionistico, in cui vengono reintegrati quei suoni, quegli odori, quei sapori, ovvero quella “molteplice e frammentata superficie del mondo”, che il mondo asettico, geometrico (euclideo) e quantificatore della scienza ‘classica’ aveva considerato come aspetti residuali

Otro mundo, mondo nuovo
Palomar può dunque essere letto come la visione di una nuova immagine del mondo, di un nuovo disegno dell’universo, tessuto attraverso la parola letteraria, che si contrappone all’universo meccanico, al mondo-orologio della scienza “classica”. Tramontati i cieli di traiettorie periodiche, «all’universo dei gas perfetti, degli orologi, dei piani inclinati – scrive Mauro Ceruti ne Il vincolo e la possibilità – si è sostituito l’universo delle strutture dissipative, dei quasar e dei buchi neri». Un universo incerto e pericoloso, che ne L’universo come specchio, si presenta come un «cielo stellato che sprizza bagliori intermittenti, come un meccanismo inceppato che sussulta e cigola in tutte le sue giunture non oliate, avamposti d’un universo pericolante, contorto, senza requie». Ma ciò significa tutt’altro che una composta disperazione e un ritorno al nulla. Scriveva Robert Luis Stevenson che «il desiderio è un meraviglioso telescopio». E nel telescopio del signor Palomar c’è davvero il desiderio cosmogonico di rifare il mondo: non il cielo stellato che riempiva d’ammirazione il cuore di Kant, ma un mondo nuovo, altrettanto nuovo come l’America per Cristoforo Colombo. Nel telescopio di Calvino, il cui grandangolo connette senza soluzione di continuità il macrocosmo degli infiniti spazi siderei al microcosmo dei più microscopici e aleatori processi della materia, covava (e diremmo cova tutt’ora) una rivoluzione dirompente, in grado di spalancare le porte ad un nuovo universo pari, per impatto, a quello scaturito dal cannocchiale di Galileo o dal nuovo cielo di Copernico. Perché se questi infrangevano le sfere del geocentrismo, Palomar (come le Teorie della Complessità) riconoscendo il ruolo antiantropocentrizzante del caso, e la ‘metastabilità’ (l’incertezza) della natura e della conoscenza, infrange l’antropocentrismo e la superiorità dell’uomo sulla natura, sopravvissuti alla rivoluzione scientifica seicentesca, e la fiducia scientista nelle “magnifiche sorti e progressive” dell’homo faber (già aspramente criticate da Leopardi, Pascoli e Pirandello).
Se, come scrive giustamente Tiezzi, è necessaria “una radicale strutturazione delle categorie con cui vediamo il mondo, promuovendo un ripensamento della cultura occidentale”, Palomar può dunque essere letto nel senso di quel “riorientamento gestaltico della realtà” che Thomas Kuhn ha indicato come momento essenziale di ogni periodo rivoluzionario del sapere scientifico (e non solo scientifico): a ben guardare infatti, i singolari fenomeni naturali osservati dal “telescopio” di Palomar (come un’onda, un prato, un’iguana, uno stormo, un gorilla, ecc.) in base alle caratteristiche dinamico-probabilistiche che vengono colte in essi, si pongono come anomalie che contraddicono la vecchia concezione semplice e meccanicistica dell’universo (e la cultura da esso derivata) ma che risultano perfettamente comprensibili all’interno del nuovo quadro dell’Epistemologia della Complessità; e ciò non diversamente dal modo in cui i singolari fenomeni osservati con il telescopio da Galileo (come ad esempio le macchie del sole e le montagne lunari) si ponevano come anomalie che andavano a contraddire il quadro normativo della teoria aristotelico-tolemaica ma che risultavano perfettamente comprensibili all’interno della nuova concezione dell’universo. Attraverso Palomar Calvino, a partire dalle singolarità, dalle anomalie dei nuovi domini di ricerca della Complessità emersi verso la fine degli anni Settanta e riconoscibili nella natura dei fenomeni osservati dal protagonista, si spinge oltre la frammentarietà dei vari saperi, tessendo una nuova cosmologia, non con un linguaggio matematico ma attraverso la parola letteraria (che pure è una parola precisa, cristallina ed essenziale che si sforza avvicinarsi al linguaggio matematico). Ed il risultato è un mondo decentrato ed antiantropocentrico, in cui la realtà perde la dimensione gerarchica per svolgersi, sotto l’effetto dei fenomeni stocastici, nell’orizzontalità e ‘continuità’ della rete.
Se l’Epistemologia della Complessità sta progressivamente sgretolando «i miti della certezza, della completezza, dell’esaustività, dell’onniscienza» (M. Ceruti e G. Bocchi, La sfida della complessità) portando alla luce un mondo in cui ordine e caos compartecipano in un gioco ‘uniduale’, in cui animato e inanimato sfumano l’uno nell’altro, in cui si sta cancellando la gerarchia che l’uomo ha surrettiziamente costruito, in cui l’uomo, pur senza perdere la sua specificità, è «nel mondo, del mondo, nella materia, della materia» (M. Serres), attraverso la scrittura mitologico-scientifica di Palomar Calvino anticipa i contorni di questo nuovo mondo. 

La fiaba dell’universo
Palomar è dunque non già una ‘fisica’ ma una ‘cosmologia’, la costruzione di un mondo, espressa con il linguaggio “analogico” di quella zona grigia tra filosofia, arte e scienza, che un tempo si chiamava filosofia naturale. Ed in questo Calvino si riallaccia ad una lunga tradizione della cultura europea (e non solo) che affonda le proprie radici nel sapere mitico-scientifico dei miti ‘arcaici’ riesumati da Giorgio De Santillana: questi miti trattavano infatti ciò che oggi è oggetto di scienza ma non analiticamente (nel senso della scienza moderna) bensì in forma di racconto, «creando azioni narrative ed avventure»: «attraverso la mitologia comparata è la ricerca di un antico pensiero cosmologico-scientifico, che non fu mai identificato da interpreti precedenti. […] Questo pensiero non era in grado di esprimersi in forme identificabili alla nostra analisi, cioè non era analitico nel senso nostro, pur trattando di quello che oggi è oggetto di scienza. […] Si trattava essenzialmente non già di una fisica ma di una cosmologia: cioè di una teoria dell’universo come un tutto organico, in cui tutti quanti i livelli dell’essere si complettono in un insieme che si chiamava il cosmo, struttura estremamente complessa, sfuggente e labile, che non si era prima identificata. Infatti, la mancanza di alfabeto costringeva questi pensatori a ‘raccontare’ il cosmo invece di esporlo analiticamente, creando azioni narrative e avventure dalle quali è derivato il mito classico» (De Santillana, Il mulino di Amleto). Se le scienze naturali, oltre che alle scienze umane, possono essere anch’esse indiziarie e basate sulle singolarità e sulle anomalie quando ancora non si sono cristallizzate nell’universalis di un metodo e se «si dà racconto quando la singolarità dei dati si compone in uno schema» (come scrive Calvino nella recensione a Spie di Carlo Ginzburg), Palomar, come già Galileo, è l’esempio che dove c’è scienza può esserci dunque racconto e viceversa: ovvero, importantissimo, «il modo di procedere dello scienziato innovatore non risulta poi molto diverso da chi fa narrazione originale». L’operazione sottesa a Palomar, come quella di altri romanzi calviniani, non è quindi un travaso acritico nella diegesi di teorie già collaudate dalla scienza, ma è essa stessa scienza nel suo farsi: come nota Pierpaolo Antonello, «non è una serie di immagini metaforiche espresse dalla scienza e riutilizzate in un contesto letterario ma strutture e forme del senso che raccontano il reale nel suo intrinseco articolarsi»; quelle di Calvino (specialmente di Palomar) sono intuizioni, immagini e metafore che che si presentano trasversalmente rispetto alle varie discipline conoscitive. In sostanza, scienza e arte si identificano come discipline alla cui radice vi è una comune intuizione poetica della natura (espressa poi attraverso due differenti linguaggi). Come scrive E. Tiezzi, «in una nuova cultura evolutiva, trame e narrazioni aggiungeranno chiarezza al discorso scientifico. […] Perchè non interpretare la spiegazione come un discorso narrativo?». Proprio De Santillana ci avverte che in origine tra mito (narrazione) e scienza non vi era distinzione. Purtroppo, l’ideale di una scienza “fredda” ed indagatrice di un reale da assoggettare alle leggi matematiche non è tramontato con il mito positivistico di una scienza fondata sull’autoevidenza delle proprie dimostrazioni ed assolutamente certa dei propri risultati. Ma nonostante ciò, nell’inquietudine epistemologica contemporanea, la scienza sembra tuttavia sempre più muoversi ormai in un campo non così diverso da quello in cui procede la letteratura o l’arte. A buon diritto infatti osservava Mihail Bachtin che «una certa carnevalizzazione della coscienza precede sempre, preparandoli, i grandi mutamenti, anche in campo scientifico» (L’opera di Rabelais e la cultura popolare). Palomar è dunque un mondo possibile, scaturito da quella capacità di creare «immagini in assenza», da quel pensare qualcosa per il quale non si sono ancora trovate le parole in grado di spostare il confine tra visibile e invisibile come «un ponte di fortuna gettato sul vuoto», da quella ‘cieca perspicacia’ mitico-cosmologica che guida tanto la ricerca dello scienziato innovatore tanto le parole, i colori o le note dell’artista originale. 

Tra ottimismo e pessimismo: la speranza
Sulla scia di quanto detto sin’ora, riesce difficile interpretare i continui scacchi alla ragione classificante del signor Palomar come indizi di una composta disperazione (come sono state interpretate da molta parte della critica). Di certo in Palomar la fabbrica dell’ottimismo ha chiuso i battenti e il mondo-orologio sul quale l’uomo credeva gli fosse assegnata la giurisdizione è tramontato. Il signor Palomar credeva di vivere in un “prato all’inglese”, un universo retto da leggi semplici e necessarie; si ritrova invece in un “prato rustico”, una giungla di processi evolutivi irreversibili e probabilistici, in cui alla necessità s’intreccia il caso, e per i quali è importante pesare le proprie scelte, i propri “si” e i propri “no”. Ma ciò non implica automaticamente la collocazione dell’autore dalla parte del pessimismo. «Troppo spesso – scrive Adriano Piacentini in Tra il cristallo e la fiamma – il pessimismo è stato usato per liquidare posizioni non canoniche, caricandole d’una valenza negativa». Nelle Lezioni americane, Calvino definì Leopardi un «edonista-infelice», e affidò al bagliore della madreperla un poeta disperatamente aggrappato allo scoglio come Montale. Il nostro mondo, ci avverte Ilya Prigogine, «non è un’automa ma neppure il caos: è un mondo di incertezza ma anche un mondo dove l’azione individuale non è condannata all’insignificanza». Ottimismo e pessimismo sono concetti chiusi e chiari che oggi hanno ormai poco senso presi singolarmente, mentre è più sensato nel caso di Palomar parlare di speranza (il cortocircuito tra ottimismo e pessimismo). In questo senso, gli scacchi alla ragione del signor Paolmar, più che verso il pessimismo, paiono piuttosto convergere con quell’ambivalenza che nell’Epistemologia della Complessità viene attribuita al concetto di limite: «i limiti della scienza contemporanea sono una sorta di Giano bifronte che, nel momento in cui stabiliscono i confini di un universo di discorso dato, aprono nuove possibilità per la costruzione di nuovi universi di discorso. […] I limiti rimandano […] ai meccanismi costruttivi che presiedono allo sviluppo delle conoscenze. I limiti esprimono quell’insieme di precondizioni attraverso le quali si verifica ricorrentemente l’emergenza, la creazione di novità. Viene così alla luce lo sviluppo del carattere strutturalmente inconcluso dello sviluppo di ogni sistema cognitivo, quale condizione del suo corretto funzionamento e della sua identità» (M. Ceruti, Il vincolo e la possibilità). E ribadisce E. Tiezzi che «non c’è creazione – dunque non c’è arte o scienza – senza limiti o vincoli. […]. La libertà assoluta non è di questo mondo, non fa parte della natura. Questa è fatta di limiti e di vincoli, spaziali temporali». Proprio questo concetto “positivo” e non negativo di limite è rintracciabile nell’originario sistema dei personaggi progettato da Calvino, che inizialmente presentava due protagonisti, ovvero il signor Palomar e il signor Mohole (come in tutti i romanzi precedenti). Ma successivamente, nella versione definitiva dell’iperromanzo, Mohole venne venne integrato in Palomar a formare un sistema-uomo ‘complesso’, ‘uniduale’ e ‘metastabile’. Questo personaggio, in cui sfuma come yin e yang la duplicità dei protagonisti dei romanzi precedenti, presenta le medesime caratteristiche della unitas multiplex descritta da Edgar Morin ne Le vie della Complessità (in La sfida della Complessità di G. Bocchi e M. Ceruti); ma il personaggio uniduale in cui si fondono i metodi di Palomar e Mohole risulta incredibilmente isomorfo anche al meccanismo evolutivo esposto nella teoria dell’apprendimento “per livelli” dell’epistemologia genetica di Jean Piaget:

«l’evoluzione dell’organizzazione biologica è concepita in maniera discontinua, a livelli. Le novità raggiunte dipendono non solo dalla ricombinazione di elementi già presenti, ma anche dal ruolo formatore del disordine. Questo avviene allorché le perturbazioni cui è sottoposto un dato sistema superano una certa soglia, richiedendo quindi una una ristrutturazione dell’organizzazione in direzione della loro integrazione» (cit. in G. Bocchi e M. Ceruti, Disordine e Costruzione)

Parimenti, all’organizzazione d’ogni schema conoscitivo ossificato sulla scacchiera del cristallo di Palomar, interviene e si contrappone l’anomalia perturbante, imprevista ed “antipatica” del signor Mohole che co-abita il signor Palomar, costringendo quest’ultimo a riorganizzare continuamente i pezzi sulla scacchiera della conoscenza in un nuovo ordine, un nuovo livello di complessità, come «i pezzi tutti d’oro sparsi nell’erba appartenenti al gioco di scacchi che fu interrotto dalla catastrofe» nei miti ‘arcaici’ descritti da De Santillana ne Il mulino di Amleto; e «la battaglia consisteva sempre nel tentativo di consolidare una ragione d’ordine, una linea di percorso che facesse chimica e cristallizzasse, riducendosi sempre però a trovar poi un punto di lasco, una maglia rotta che ridava fiato al caos, ovvero alla libera evoluzione e disponibilità dei possibili» (P. Antonello, ibidem). Tanto per Calvino quanto per le Teorie della Complessità sia la natura che la conoscenza stessa partecipano della medesima natura “metastabile”, avvicinandosi alla definizione che di questo termine ha dato Primo Levi:

«I contorni di questa stabilità fragile, che i chimici chiamano metastabilità, sono ampi. Vi stanno comprese, oltre a tutto ciò che è vivo, anche quasi tutte le sostanze organiche, sia naturali, sia di sintesi; ed altre sostanze ancora, tutte quelle che vediamo mutare stato a un tratto, inaspettatamente: un cielo sereno, ma segretamente saturo di vapore, che si annuvola di colpo; un’acqua tranquilla che, al di sotto dello zero, congela in pochi istanti se vi si getta un sassolino. Ma è grande la tentazione di dilatare quei contorni ancora di più, fino a inglobarvi i nostri comportamenti sociali, le nostre tensioni, l’intera umanità d’oggi, condannata e abituata a vivere in un mondo in cui tutto sembra stabile e non è; un mondo in cui spaventose energie (non parlo solo degli arsenali nucleari) dormono di un sonno leggero».

Il vortice, la spirale e la fiamma: un cristallo di fumo
Il cosmo di Palomar, che è anche il cosmo del suo autore, non è dunque il cristallo puro della scienza ‘classica’, nel quale in ultima analisi rimane confinato pure l’approccio strutturalista (al quale Calvino troppo spesso è stato associato), e che aggrega le sue molecole secondo un disegno statico e perfetto. E’ invece un cristallo fluido, evolutivo e transeunte (basta pensare alla struttura de Il castello dei destini incrociati Se una notte d’inverno un viaggiatore), un oggetto spurio che trattiene continuamente frammenti eterogenei e sabbie: è una struttura dissipativa, un vortice liquido, una spirale, che, come la conchiglia dell’omonimo racconto calviniano (La spirale), cresce su se stesso in una spirale in cui ordine e disordine, necessità e caso, si trovano intimanente intrecciati: è un cosmo-spirale che, come i sistemi non-integrabili descritti dalle Scienze della Complessità, pulsa per interna forza neg-entropica da uno stato iniziale a una serie di stati via via più organizzati, con l’apporto positivo e determinante delle perturbazioni aleatorie esterne. Il cosmo di Calvino è dunque una fiamma, un cristallo di fumo, un cristallo la cui grana fine è fatta di fumo, che mira alla costruzione di «un ordine mentale così solido e complesso da contenere in sé il disordine del mondo, […] un metodo così sottile e duttile da essere l’equivalente dell’assenza di ogni metodo». Considerare un Calvino esclusivamente dalla parte del cristallo, della scacchiera, dei sistemi formali e del ragionamento deduttivo significa allora ottenere un Calvino monco, altrettanto dimezzato quanto il Visconte dell’omonimo romanzo. Poiché come già accennato sopra, il “sistema Calvino” è dato dalla connessione complessa e uniduale tra necessità e caso, ordine e disordine, cosmo e catastrofe, cristallo e scarto aleatorio nella maglia degli atomi, scacchiera e dadi, struttura dei frammenti colorati e “scossa” al caleidoscopio, anticipando in ciò la nuova Epistemologia della Complessità e contemporaneamente ricongiungendosi al pensiero orientale (che conserva molti punti di contatto con la Complessità ed in Palomar è presente ne L’aiola di sabbia) soprattutto riguardo la connessione complessa tra Yin e Yang.
Più volte Palomar è stato interpretato come un percorso nichilistico o, nella migliore delle ipotesi, pessimistico verso il nulla. Ma può apparire tale solamente dall’osservatorio privilegiato di chi ancora fida nell’illusione positivista e scientista di un ordine perfetto, nella possibilità di una hybris dell’onniscienza, di una clavis universalis, ossia «un punto di sfondamento da cui sopraffare l’avversario [la natura]». Vi si riconosce invece quell’armonia con l’universo, quello sguardo naturalistico, quella vocazione cosmologica, quel nomadismo intellettuale, quell’intersezione dei saperi che Calvino indicava come il miglior viatico per la produzione di ogni nuova cosmologia, per scrollarsi di dosso ciò che è normalizzante e ristabilire un nuovo rapporto con il mondo e con i suoi fenomeni. E questa vocazione a costruire attraverso la parola letteraria un’immagine dell’universo, non caratterizza solamente la scrittura calviniana, ascrivendosi a tutta quella linea di scrittori-scienziati-filosofi (o filosofi naturali) che, secondo lo stesso Calvino, attraversa come una via lattea l’universo della cultura italiana, rappresentandone la più potente linea di forza (il vero “made in Italy”): una vocazione in cui l’opera letteraria è concepita come “mappa del mondo e dello scibile” tesa a “costruire attraverso la parola letteraria un immagine dell’universo”: da Lucrezio a Ovidio, da Dante ad Ariosto, da Leonardo a Michelangelo, da Bruno a Galileo, da Vico a Leopardi, su sino a Gadda, Leonardo Sinisgalli e Primo Levi, “essa [la filosofia naturale] attraversa l’intero corpus letterario italiano e si unisce ad una straordinaria commistione linguistica”.

Con ciò non si vuole però innalzare Calvino a rango di ‘profeta’ della Complessità. La Complessità ha radici profonde, ad esempio in Poincaré, in Gadda, in Giordano Bruno, in Lucrezio, nei presocratici e in quel pensiero cosmologico riesumato da De Santillana. Da questo punto di vista, questi ultimi trecento anni hanno rappresentato la parentesi del sogno riduzionista e l’Epistemologia della Complessità ha il sapore di un ritorno (aggiornato ed evoluto) ad un modo di vedere il mondo che esisteva prima della burocratizzazione sette-ottocentesca delle scienze e della loro separazione dall’estetica. Ed in più, se si accetta la natura direttamente cognitiva di tutti i processi viventi (soggetti a evoluzione), si può affermare che anche la conoscenza, come l’evoluzione naturale, non si sviluppa con lo scopo di raggiungere la verità, non è intenzionalmente rivolta verso qualche fine prefissato ma è anch’essa un fenomeno evolutivo che segue l’arte del bricolage più che l’ingegneria. C’è da chiedersi infatti quanto Galileo, Newton, Einstein fecero scoperte conformi alle loro aspettative ed ai loro programmi; e c’è da chiedersi quanto Leonardo, Cyrano de Bergerac, Leopardi, Gadda o Valéry furono consapevoli di anticipare, con la loro scrittura e la loro arte, la coscienza scientifica del loro tempo. Come osserva Prigogine «le idee di Einstein lo hanno portato ad un nuovo continente, da lui così inatteso come l’America per Cristoforo Colombo».
Qui si è voluto innanzitutto provare a rispondere ad un interrogativo che si era posto il professor Ezio Raimondi: «che rapporto c’è tra ciò che chiamiamo un’opera d’arte con un’immagine del mondo e con le immagini del mondo prodotte dalla scienza?». L’opera letteraria, o più in generale l’opera d’arte, può elaborare attraverso il proprio linguaggio non analitico un’immagine dell’universo non inferiore, per valenza conoscitiva, a quelle prodotte dalla scienza. Tanto per limitarci ad alcuni esempi: non è difficile scorgere nell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto una struttura narrativa aperta, dinamica e policentrica, già protesa fuori dallo statico cosmo aristotelico-tolemaico, verso le cosmologie di Giordano Bruno e Galileo (ma vicino, nella propria essenza, anche all’universo in espansione di Hubble); qualsiasi fisico potrebbe, credo, scorgere nel finale del leopardiano Cantico del Gallo Silvestre una sorta di Secondo Principio della Termodinamica (che Leopardi non poteva ancora conoscere, perché l’operetta risale al 1824), esposto in forma di racconto; ed è stato osservato recentemente come la cosmologia letteraria e la “filosofia delle circostanze” leopardiane siano divise dalle conquiste novecentesche della Complessità (soprattutto la teoria del caos e la termodinamica del non equilibrio) da una distanza molto minore di quella che ne separa qualsiasi scienziato positivista e determinista (G. Polizzi); Michel Serres ha ravvisato profonde congetture “termodinamiche” nella pittura di William Turner; lo stesso Calvino ben vide come, ancor prima che la scienza (con le implicazioni epistemologiche del Principio di indeterminazione di Heisenberg) avesse ufficialmente riconosciuto che l’osservatore interviene a modificare l’oggetto osservato, Gadda avesse capito che “conoscere è inserire alcunché nel reale, è deformare il reale”; l’Anguilla di Eugenio Montale, oltre a rappresentare assieme alla Ginestra leopardiana uno dei più appassionati e tenaci inni alla vita della letteratura italiana, non esclude una lettura “prigoginiana” come profonda metafora della neghentropia, della vita che si oppone al vortice d’entropia che minaccia l’universo, rigenerandosi nei tessuti organici della scrittura poetica (e lo stesso si potrebbe dire delle minime tracce luminose, lo “smeriglio di vetro calpestato” che balugina nella buia catastrofe di Piccolo Testamento); Claudia Rosciglione ci ha consegnato un Nietzsche le cui ipotesi sullo sviluppo dell’essere vivente, sull’organizzazione del mondo, sul rapporto tra l’organico e l’inorganico, appaiono in singolare consonanza con alcune delle più recenti teorie scientifiche e gnoseologiche; ed ancora, è recentemente emerso da uno studio firmato dallo storico della scienza Arthur Miller come Picasso, ne Le Desmoiselles d’Avignon, avesse maturato autonomamente, anche attraverso letture di scienza, una concezione di spazio e di tempo che per molti versi risulta incredibilmente isomorfa alle concezione di spazio e tempo espressa da Einstein nella Teoria della Relatività. In questo scritto ho cercato di sottolineare come qualcosa di analogo sia successo anche a Calvino, nei confronti delle Scienze della Complessità, soprattutto con Palomar

E’ possibile che molti aspetti dello scrittore ligure, soprattutto di Palomar, risultassero oscuri e poco comprensibili proprio perché si aprivano verso un modo di vedere il mondo, appunto ‘complesso’ (“eco-dinamico” o “bio-cognitivo”), che, seppure oggi risulti già più definito attraverso gli sviluppi dell’Epistemologia della Complessità, deve ancora radicarsi (o ri-radicarsi) nell’immaginazione e nella coscienza di tutti. Deve cioè ancora entrare a far parte dei nostri sedimenti mitici. Come diceva Ezio Raimondi, «se avremo avuto ragione ne saremo più che lieti. Diversamente, saremo comunque stati utili ad imbastire un certo tipo di problema».

di Michele Scolari

(Lo scritto costituisce parte dell’introduzione di una monografia in corso d’opera da parte dell’autore a partire dalla sua tesi, discussa all’Università di Bologna il 24 novembre 2009. Il lavoro è sin dall’inizio depositato presso l’Università e presso un notaio nonché tutelato da diritto d’autore ai sensi della legge n. 633 del 22 aprile 1941)

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