FoibeRecuperiDalle tensioni tra nazionalità nell’impero austroungarico, alla radicalizzazione dei nazionalismi dopo la Prima Guerra Mondiale, alla “Musa Istriana” del ministro fascista Cobolli Gigli ed ai crimini di guerra durante l’occupazione italiana, sino alle uccisioni sotto i “titini”. Il commento dello storico di Mostar Predrag Matvejevic: «Una tragedia da condannare, alla quale sono preceduti altri crimini»

Il nome “Foiba” (dal latino fovea, “fossa”) indica un inghiottitoio naturale tipico della zona carsica ed è associato tradizionalmente all’eccidio perpetrato dai partigiani del maresciallo Tito nei confronti della popolazione italiana di Istria, Venezia Giulia e Dalmazia (anche se in realtà, secondo alcuni storici sarebbero state utilizzate con lo stesso scopo anche prima, durante il Ventennio Fascista e l’Impero Asburgico). Le foibe venivano utilizzate per l’eliminazione delle vittime. Si tratta di “butti” naturali in cui per tradizione venivano gettati i rifiuti: ma tra il ’43 sino al oltre il ’45, questi crepacci vennero utilizzati come luogo di esecuzioni o “sepolture”, meglio dire “occultamenti di cadaveri”. Ancora oggi tuttavia, nonostante la massa critica di studi sull’argomento, il cosiddetto “eccidio delle foibe” rimane un fatto assai complesso nella sua interpretazione storica, che, per tale ragione, richiederebbe sempre una trattazione assai analitica e lontana da strumentalizzazioni politiche d’ogni tipo e d’ogni colore. Nell’intervento del 2005 sul quotidiano fiumano “Novi List” lo storico croato Predrag Matvejevic (che in questo articolo riportiamo nella traduzione pubblicata dal Centro studi Osservatorio Balcani e Caucasohttp://www.balcanicaucaso.org), docente di Slavistica alla Sapienza di Roma sino al 2007, «le fosse, o le foibe come le chiamano gli Italiani, sono un crimine grave, e coloro che lo hanno commesso si meritano la più dura condanna. Tuttavia, a quel crimine ne sono preceduti degli altri, forse non minori». Onde evitare sospetti di parzialità e strumentalizzazione “filocomunista” a carico di Matvejevic, andrà specificato da subito che lo storico di Mostar, come ha lui stesso fatto presente, «ha perso quasi l’intera famiglia paterna nel gulag di Stalin».

Lo storico Predrag Matvejevic (foto da Osservatorio Balcani Caucaso)
Lo storico Predrag Matvejevic (foto da Osservatorio Balcani Caucaso)
Lo storico Guido Crainz
Lo storico Guido Crainz

Prima della tragedia delle Foibe e dell’Esodo giuliano-istriano, infatti, è bene analizzare tutto un complesso e delicato intrico di elementi storici (tipici peraltro delle zone di frontiera) dove è possibile isolare una serie di fatti non trascurabili, come osserva, tra gli altri, anche Guido Crainz (docente di storia contemporanea all’Università di Teramo e collaboratore del quotidiano “Repubblica”) nel saggio “Il dolore e l’esilio. L’Istria e le memorie divise d’Europa”.

Le tensioni tra nazionalità nell’impero austro-ungarico

Fra questi fatti andrà considerato al principio «l’acutizzarsi delle tensioni tra le varie nazionalità già all’interno dell’ultima fase dell’impero austroungarico» (sul quale si è espressa più che esaustivamente Marina Cattaruzza in L’Italia e il confine orientale): l’inconsistenza del mito di un’Austria Felix, cioè di un esperimento di convivenza multietnica che avrebbe dovuto svolgersi pacificamente sotto Franz Joseph I tra il 1867 e il 1918, era già chiara prima della metà del XIX secolo, e lo divenne ancor più dopo la debacle asburgica nella guerra austro-prussiana del 1866, alla quale seguì, nella “nuova” parte ungarica dell’impero sorta dall’Ausgleich (la Transleitania), la brutale politica di snazionalizzazione e magiarizzazione da parte della grande proprietà terriera di Budapest nei confronti delle istanze autonomistiche di componenti “nazionali” soprattutto serbe e croate. La relativa autonomia di cui godevano i croati dal 1868 non aveva impedito che vi si sviluppasse un forte movimento nazionalista, una parte del quale puntava all’unione degli slavi del sud in una “Grande Croazia” (dalla Germania alla Macedonia, dall’Adriatico al Danubio). L’annessione all’Austria-Ungheria della Bosnia Erzegovina nel 1908 sembrò rafforzare quel progetto, ma non incontrò il favore dei Serbi dell’impero, che, dal canto loro, sognavano una “Grande Serbia”. Nell’ulteriore radicalizzazione che l’annessione provocò, alcune componenti nazionaliste sostenute dalla serbia (tra cui l’organizzazione “Mano Nera”, fondata nel 1911) diedero vita ad una strategia terroristica. Se a questo si aggiunge l’unificazione tendenziale degli slavi del nord e del sud (dovuta al diffondersi di posizioni panslaviste), si comprende bene il senso dell’espressione “ginepraio balcanico”, dalla quale non era esente neppure l’area dell’Istria e della Venezia Giulia.

La radicalizzazione nazionalistica della Prima Guerra Mondiale

Un secondo fatto non trascurabile riguarda «la radicalizzazione nazionalistica provocata dalla Prima Guerra Mondiale e l’annessione all’Italia di territori in cui vivevano centinaia di migliaia di sloveni e croati», con conseguente contrapposizione nazionale ed etnica fra questi ultimi da un lato e italiani dall’altro; senza escludere dal novero anche tutti quei fenomeni di opposti irredentismi che volevano Venezia Giulia e Dalmazia appartenenti all’uno o all’altro Stato. Prima della Guerra, Trieste era una città culturalmente slava, tedesca e italiana, con una forte comunità ebraica e minoranze boeme, serbe, greche, armene e turche. I giornali uscivano in quattro lingue, e un settimanale greco venne stampato almeno sino al 1910. Era la Trieste asburgica di Scipio Slataper, Umberto Saba e Italo Svevo, brulicante e multietnico crocevia di culture. Era la Trieste “in ogni parte viva”, che non fu più la stessa dopo il 1918 (la poesia di Saba risale al 1912, il periodo di massimo splendore della città nel periodo austroungarico). Questo caleidoscopico cosmopolitismo subì una battuta d’arresto irreversibile già dopo il 1918 (sino al tentativo di cancellazione da parte del Fascismo con il mito della “Trieste italianissima”), con il rientro dei “regnicoli” (ovvero, coloro che prima della Grande Guerra erano sudditi italiani e non austriaci). Contemporaneamente iniziò l’italianizzazione della zona con gli allontanamenti del personale non italiano per motivi etnici. Mentre da Roma giungevano in Venezia Giulia (quella che gli austroungarici chiamavano “Il Litorale”) quasi 50mila uomini, tra militari e poliziotti, gli slavi venivano progressivamente espulsi, non senza ricorrere all’internamento della fascia che ogni nazionalismo tende generalmente a colpire per prima: la classe dirigente e la sfera del culto (professionisti, insegnanti, sacerdoti). Nel 1919 si registrarono tra i 30 e i 40mila slavi emigrati dalla Venezia Giulia alla Jugoslavia.  «Lo Stato italiano estesosi dopo il 1918  – spiega Matvejevic – non tenne in considerazione le minoranze e i loro diritti, cercò di denazionalizzarli totalmente o di cacciarli».

La “Musa istriana” di Mussolini e le “foibe” nel discorso del ministro fascista Cobolli Gigli

Nell’opera di italianizzazione della Venezia Giulia il massimo fu raggiunto ovviamente sotto il Fascismo. Trieste perde i connotati sabiani anche nell’edilizia (in concomitanza delle ricostruzioni già in linea con le velleità imperiali della nuova Roma Fascista), si italianizzarono i toponimi e i nomi propri, iniziarono le violenze squadriste (tra cui l’incendio dell’hotel Balkan). La storia ingloriosa iniziò molto prima dei “titini”. E cominciò, osserva Matvejevic, «non lontano dai luoghi in cui poi furono commessi i crimini delle foibe», riferendosi al tentativo di assimilazione forzata delle minoranze slave (nella Venezia Giulia) durante il Ventennio Fascista nonché ai crimini di guerra contro la popolazione civile verificatisi durante l’occupazione militare italiana di diverse zone della Jugoslavia. Nel discorso che tenne il 20 settembre del 1920 a Pola, Benito Mussolini parlava della necessità italiana di possedere l’Adriatico, con un accenno alla «inferiorità della razza barbarica, che è quella slava». «Gli Slavi – riferisce Matvejevic – persero il diritto, che avevano prima in Austria, di potersi avvalere della propria lingua sulla stampa e a scuola, il diritto al predicare in chiesa, e persino l’iscrizione sulla tomba. Le città e i villaggi cambiano nome. I cittadini e le famiglie pure. Proprio in questo contesto – spiega Matvejevic – per la prima volta si sente la minaccia delle foibe. Il ministro fascista dei lavori

DrappelloFascistaFiumepubblici Giuseppe Cobolli Gigli, che si attribuì l’appellativo vittorioso di “Giulio Italico”, scrive nel 1927: “La musa istriana ha chiamato con il nome di foibe quel luogo degno per la sepoltura di quelli che nella provincia dell’Istria danneggiano le caratteristiche nazionali (italiane) dell’Istria” (“Gerarchia”, IX, 1927). Lo zelante ministro aggiungerà a ciò anche dei versi di minacciose poesie, in dialetto: “A Pola xe arena, Foiba xe a Pizin” (“A Pola c’è l’arena, a Pazina le foibe”). Mutuo questo detto da Giacomo Scotti, scrittore italiano di Rijeka (Fiume). Le “foibe” sono, quindi, un’invenzione fascista. Dalla teoria si è passati velocemente alla prassi. Il quotidiano triestino “Il Piccolo” (5.XI.2001) riporta la testimonianza dell’ebreo Raffaello Camerini che era ai lavori forzati in Istria, alla vigilia della capitolazione dell’Italia, nel luglio 1943: la cosa peggiore che gli successe fu prendere gli antifascisti uccisi e buttarli nelle fosse istriane, per poi cospargere i loro corpi con la calce viva». Tra il 1941 e il 1943, lo storico di Mostar parla di «fucilazioni individuali e di massa», «un’intera gioventù falcidiata», «80.000 Croati e Sloveni esiliati durante gli anni Venti e Trenta» oltre a «città e villaggi che cambiano nome», come «pure le famiglie». Crainz aggiunge le testimonianze di «“parecchi villaggi incendiati”, “molti civili passati per le armi o internati”, “la popolazione ritenuta ostile bastonata o vessata con l’olio di ricino” dalle squadre di Giuseppe Alacevic, segretario del fascio di Sebenico. Documentate risultano essere anche le responsabilità del “Tribunale straordinario arbitrario” istituito dal Governatore della Dalmazia, con sbrigative condanne alla pena di morte. Le rappresaglie prevedevano la morte di 8 civili per ogni militare italiano ucciso». Senza escludere dal novero dei fatti che hanno preparato il terreno alla tragedia anche «l’operare dei tedeschi – dopo l’8 settembre del 1943 – nella regione definita “Zona di operazioni Litorale Adriatico”, alle dirette dipendenze della Germania».

FoibeCorpi

L’avvento dei Titini e le “foibe” nella guerra di liberazione jugoslava

E’ bene dunque tenere presente che fu su questo quadro già a dir poco incandescente (con parecchi risentimenti verso gli italiani da parte delle popolazioni di etnia slava) ad innestarsi, in seguito all’armistizio del 1943 tra l’Italia e gli Alleati, la natura totalitaria del costituendo regime comunista slavo e, per conseguenza, la convinzione dei partigiani di “Tito” del carattere “sociale” e non solo “nazionale” della guerra di liberazione, con la percezione della popolazione italiana come “classe dominante” contro cui lottare. «Già nello scatenarsi della prima ondata di cieca violenza in quelle terre, nell’autunno del 1943 – ha scritto il presidente Giorgio Napolitano nel Discorso in occasione della celebrazione del Giorno del Ricordo nel 2007 – si intrecciarono “giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento” della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una “pulizia etnica”». Una tragedia cui seguì e l’esodo della quasi totalità degli italiani da quelle zone (leggi la testimonianza di un’esule fiumana). Tuttavia, secondo Matvejevic «non c’è nessun dato in nessun archivio, militare o civile, sulla direttiva che sarebbe giunta dall’Alto comando partigiano o da Tito: le unità di cui facevano parte molti di quelli che avevano perso i familiari, i fratelli, gli amici, commisero dei crimini “di propria mano”». Questo non per negare i crimini ma per illuminarli nel loro giusto inquadramento storico.

FoibeBareSecondo quanto messo in luce dalle testimonianze e dalla più recente storiografia, la prima ondata di esecuzioni avvenne dopo l’armistizio italiano del 1943, quando il collasso dell’esercito Regio Italiano e lo schieramento della Wermacht a difesa di Trieste, Fiume e Pola, permise ai partigiani “titini” di occupare buona parte della regione. Fu in questo periodo che venne istituito il Comitato Provvisorio esecutivo di liberazione dell’Istria. Le condanne a morte furono emesse dai Tribunali improvvisati che rispondevano ai partigiani dei Comitati di Liberazione Nazionale. A questo periodo risalgono le esecuzioni di Norma Cossetto, Angelo Taticchio o le sorelle Radecchi. Nel 1945, dopo il ritiro dei tedeschi dalla Dalmazia, i “titini” occuparono Zara, puntando poi su Fiume, l’Istria e Trieste. Il ’45 segna il culmine delle violenze anti-italiane a Trieste, Gorizia e nelle zone controllate allora dai partigiani jugoslavi, con migliaia di persone gettate nelle foibe o uccise nelle prigioni e nel corso di disumani trasferimenti (muoiono in questo modo anche sloveni e croati ostili al nuovo regime): si registrano altre uccisioni efferate, come quelle di Carlo Dell’Antonio e Romano Meneghello, o di Don Francesco Bonifacio. E sempre nel ’45  prende avvio in quei mesi il grande esodo: «i fuggiaschi di Pola e dell’Istria», scriveva Giani Stuparich, «sbarcavano come storditi, si afflosciavano sulle rive, accanto alle loro misere masserizie» (la questione del confine orientale si prolungherà per trent’anni, passando per il Memorandum di Londra del 1954, sino al conclusivo Trattato di Osimo del 1975).

Le esecuzioni non erano “semplici fucilazioni”. Prima di venire gettati nelle foibe, le vittime (rappresentanti del regime fascista e dello Stato italiano, oppositori politici, ma anche semplici personaggi in vista della comunità italiana e potenziali nemici del futuro Stato comunista jugoslavo) erano destinati ad un lungo supplizio, massacrante psicologicamente e fisicamente: esposti alla fame ed alla sete, al freddo pungente ed al caldo più spossante; spesso digiuni e dissetati con fiaschi d’urina. Da più parti si riportano casi di stupri (come quello efferato della Cossetto), evirazioni, accecamenti, persone immobilizzate con il filo spinato, ed altri tipi di brutalità. Sebbene le foibe venissero inizialmente adoperate per occultare i cadaveri, in seguito alcune vittime vennero precipitate vive nei crepacci, legate tra loro con il filo spinato: i carnefici sparavano al primo che, cadendo, con il suo peso trascinava giù tutti gli altri. Chi arrivava vivo sul fondo del crepaccio era quasi sempre destinato ad una morte lenta ed atroce, per fame, stenti o cercando di dissetarsi bevendo l’acqua stagnante sul fondo dei crepacci. Pochissimi furono coloro che riuscirono a risalire vivi. Uno di questi fu Graziano Udovisi, assieme a Giovanni Radeticchio; un’altro fu Vittorio Corsi. Lo “infoibamento” costituì tuttavia solo una delle modalità con cui vennero uccise le vittime. «In Istria e a Kras – sottolineava Matvejevic nel 2005 – dalle foibe sono stati esumati fino ad ora 570 corpi». Altre vittime vennero annegate legate ad un masso o morirono di stenti nei campi di concentramento jugoslavi come Borovnica. Ciononostante, nella memoria popolare il metodo particolarmente barbaro dell’infoibamento divenne, per macabra eccellenza, il simbolo dei massacri.

Se si vuole comprendere storicamente (e non propagandisticamente) la tragedia delle foibe, occorre non prescindere da nessuno degli elementi che abbiamo passato velocemente in rassegna e che andranno considerati intrecciati fra loro, rispettandone la complessità storica (seguendo l’etimologia latina del termine – complexus ovvero “tessuto insieme”). Non si tratta di leggere quei fatti in senso teleonomico, “con il senno di poi”, mettendoli in ordine secondo un esito conosciuto con le Foibe come punto d’arrivo; e neppure sarebbe fruttuoso leggerli come un’asettica e meccanica concatenazione di cause, giacché, come ci ha ricordato Vittorio Foa (Questo Novecento), «è la stessa nozione di causa che non soddisfa: essa evoca un rapporto meccanico, di necessità, che sembra escludere ogni responsabilità». Piuttosto, seguendo Guido Crainz, quella della tragedia legata alle Foibe e ai suoi retroscena è «una storia lunga, un intrecciarsi di dolori e lacerazioni che possiamo comprendere appieno solo ponendo a confronto punti di vista differenti, facendo dialogare le diverse e opposte memorie che in questa storia si sono sedimentate, al di qua e al di là di confini che dovrebbero ora avviarsi a scomparire».

di Michele Scolari
pubblicato su Il Piccolo, edizione dell’8 febbraio 2013

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Annunci