EsodoGiuliano«Davanti alle avversità della storia serve la forza di“far fronte adattandosi elasticamente alle situazioni». La testimonianza di Laura Calci Chiozzi (vicepresidente del Comitato Provinciale di Cremona dell’Associazione Venezia Giulia Dalmazia), costretta ancora bambina all’esilio dai partigiani“titini”, giunta prima in Abruzzo e poi a Cremona.

Lunedì 10 febbraio si celebrerà il decimo Giorno del Ricordo in memoria delle vittime dell’eccidio detto delle “foibe”, perpetrato dai partigiani jugoslavi di Josip “Tito” Broz ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia, tra il 1943 sino all’immediato dopoguerra. Il nome deriva dai grandi inghiottitoi carsici, che nella Venezia Giulia sono chiamati, appunto “foibe”, dove furono gettati parte dei corpi delle vittime, prevalentemente giuliano-dalmati o “regnicoli”, gli italiani impiantati lì durante il fascismo (tuttavia la recente storiografia ha messo in luce come in realtà le uccisioni fossero in massima parte perpetrate in modo diverso). E’ una questione storica ancor oggi complessa e con molte ombre da chiarire, sulla quale, se ormai risulta chiara la responsabilità dei partigiani comunisti di “Tito” a partire dal 1943, il dibattito si è riacceso a seguito di un intervento nel quale lo storico croato Predrag Matvejevic, ha posto l’accento sul vortice di cause e concause alla radice della tragedia (leggi l’articolo), citando tra l’altro un documento datato 1927 in cui l’allora ministro fascista dei Lavori Pubblici Giuseppe Caboldi Gigli parlava delle foibe come «luogo degno per la sepoltura di quelli che nella provincia dell’Istria danneggiano le caratteristiche nazionali (italiane) dell’Istria» (l’intervento di Matvejevic, originariamente pubblicato il 12 febbraio 2005 sul quotidiano fiumano Novi List, è stato tradotto e ripubblicato in italiano dalla testata web Osservatorio Balcani e Caucaso con sede a Rovereto – http://www.balcanicaucaso.org/).
Si tratta in ogni caso di una ferita profonda, rimasta generalmente nell’oblio per oltre 60anni (sino allo storico reportage del 1996 sul Corriere della Sera) ma mai dimenticata da coloro che la vissero in prima persona. A pochi giorni dalle celebrazioni, ascoltiamo il racconto di una testimone oculare: Laura Calci Chiozzi (vicepresidente del Comitato Provinciale dell’Associazione Venezia Giulia Dalmazia), giuliana, originaria di Fiume e costretta a fuggire dalla propria terra natale approdando prima in Abruzzo e poi a Cremona. Un racconto e un lucido resoconto paura e speranza pulsano di vita propria, assieme al ricordo indelebile dell’azzurro mare lasciato per sempre alle spalle.

Come si svolgeva la sua vita a Fiume prima dell’esodo?
Fiume1910«In quel periodo avevo circa 10 anni e vivevo con i miei genitori e i miei tre fratelli. Mio padre lavorava come economo dell’amministrazione provinciale. Prima della guerra Fiume era un meraviglioso crogiolo di culture, una città cosmopolita dove molti parlavano tre lingue, italiano, tedesco e anche un po’ di croato e ungherese. Mio nonno sotto gli asburgo era stato un Honvéd, un fante dell’esercito ungherese. Mio padre invece, chiamato nell’esercito, era arruolato nell’artiglieria contraerea, nelle batterie sopra le alture della città. Fino all’armistizio dell’ottobre 1943 comunque, la guerra la sentivamo ma non in modo pesante. Fu dopo quella data che la situazione peggiorò velocemente e sensibilmente, sia in senso culturale che in senso sociale col l’arrivo prima dell’occupazione tedesca e poi dei “titini”. Aumentarono la miseria, con la scomparsa dei generi di prima necessità, e la fame. Verso il ’46 tiravamo avanti ormai solamente con i pacchi Unrra dell’esercito americano. Si cercava di andare a Trieste a comprare la farina da polenta e si arrivò a servirsi di forme rudimentali di scambio come il baratto per supplire la mancanza ormai totale di denaro contante.

Poi arrivarono i “titini” e iniziò il cosiddetto “terrore”…
La paura in realtà c’era già prima, durante l’occupazione tedesca, appena dopo l’armistizio. Già in quel periodo furono operati dai soldati tedeschi rastrellamenti e uccisioni (delle vittime si diceva che “xe in bosco” perché uccise nei boschi sopra Fiume). Una notte alcuni tedeschi irruppero in casa nostra perché dicevano che c’era luce che usciva dalle tende (contrariamente alle disposizioni per i bombardamenti): fortunatamente i miei genitori parlavano tedesco e riuscirono a spiegarsi, evitando che quelli sparassero. Ma c’è da dire che i tedeschi erano occupanti “marziali”, nel senso che davano delle regole: c’era una sorta di “certezza” della legge e la popolazione civile sapeva che, osservandola, poteva salvarsi ed evitare i guai. Con l’arrivo dei partigiani “titini” invece la situazione divenne molto più aleatoria e caotica per tutti e la paura aumentò enormemente. C’era una corrente autonomista che voleva Fiume autonoma come lo era stata sotto il l’impero austroungarico (quando era corpus separatum appartenente al regno d’Ungheria): quelli furono i primi a sparire senza fare ritorno, tant’è che ancor oggi noi il 4 maggio ci rechiamo a Kastua per deporre i fiori sulla fossa dove giacciono i cadaveri di una decina di persone che furono sepolti lì dopo torture inimmaginabili. Poi il fenomeno aumentò, sparivano le personalità della classe dirigente cittadina (prelevati principalmente di notte), e infine anche comuni cittadini che venivano giudicati come “oppositori” al costituendo regime di Tito (spariti e in moltissimi casi mai più ritrovati). Venivano convocati con una scusa in questura e poi portati via. Oppure venivano prelevati di notte nelle loro abitazioni da squadre di individui sinistri, vestiti di nero con impermeabili e cappello. Chissà dove sono stati uccisi e occultati. Da noi non c’erano foibe, le uccisioni avvenivano in altri modi, ad esempio buttando le vittime in mare legate ad un masso, dopo essere stati barbaramente torturati (l’ex sindaco fu appeso ad un gancio da macellaio per alcuni giorni). Alcuni furono ritrovati, altri no. Tanti altri furono PartigianiTitiniinternati nei campi jugoslavi. La gente viveva costantemente con addosso lo spavento. Ogni giorno nostro padre usciva per andare al lavoro e stavamo in angoscia fino a sera, per la paura di non vederlo tornare. Non c’erano più regole con le quali sperare di salvarsi: ogni mossa ed ogni parola potevano potenzialmente rappresentare un rischio. Una situazione che peggiorò enormemente con la fine della guerra. Ricordo che la mia maestra delle elementari sparì e non fu mai più ritrovata. Sembra che sua figlia, mentre passeggiava, avesse strappato per gioco il lembo penzolante di un manifesto appeso dai “titini”: la presero e la sbatterono in prigione. Poi convocarono la madre, con la scusa di prelevare la figlia, e nessuna delle due fu più rivista. Un altro ricordo che ho è quello di un bambino con le gambe crivellate dalle schegge di una scatoletta di sardine che era stata riempita di esplosivo dai “titini” ed alla quale il bimbo aveva dato un calcio per gioco mentre passava la banda. Erano scene tutt’altro che infrequenti.
Di tutte queste coseovviamente all’esterno non si sapeva nulla, non si poteva neppure fare foto (se non a rischio della vita), diversamente da Pola che ebbe la presenza degli americani che contribuì la diffusione immediata delle notizie. Nella città istriana gli Alleati arrivarono il 20 giugno, mentre a Fiume, che era finita subito sotto l’occupazione “titina”, non giunsero mai. E anche se a Fiume non vi fu quel “interregno” così crudo tra l’armistizio dell’8 settembre e l’arrivo dei Tedeschi, in cui si verificarono le uccisioni più efferate come quelle di Norma Cossetto, a Fiume il martirio continuò imperterrito anche dopo che Pola era ormai liberata dagli Alleati.

Quando decideste che era venuta l’ora di lasciare la vostra città?
Tra miseria e terrore, la situazione era divenuta insostenibile e tutti cominciarono a scappare. I cosiddetti “regnicoli”, italiani impiantati in Venezia Giulia e prevalentemente appartenenti alla classe dirigente, furono i primi a fuggire. La situazione peggiorava di giorno in giorno e decidemmo anche noi di partire. Bisognava fare però richiesta, perché l’Italia doveva accoglierci. Rispetto a molti altri, noi fummo relativamente fortunati perché mio padre, come dipendente di un ente pubblico, aveva diritto ad essere trasferito mantenendo la stessa qualifica in Italia. Partimmo da Fiume alle 18 del 22 dicembre 1946 e, dopo un viaggio estenuante, arrivammo in Abruzzo, dove mio padre era stato assegnato all’amministrazione provinciale di Chieti. Volevamo restare vicini al mare (per conservare almeno un elemento di continuità con Fiume) ma non fu possibile. I miei nonni invece rimasero a Fiume, per “salvare le proprietà”. Non furono prelevati dalla milizia “titina” perché ormai anziani. La proprietà in effetti è rimasta, ma che ci si può fare oggi? C’è ancora aperta la questione dei “Beni abbandonati”: dopo 67 anni lo Stato italiano non ha ancora risarcito a istriani e giuliani quei beni, con i quali aveva pagato parte dei debiti verso la Jugoslavia.

I disagi poi continuarono anche dopo l’arrivo in Italia, un periodo molto duro per tutti gli esuli…
Purtroppo sì. A Chieti sono rimasta fino al diploma (prima di “disperderci”, io e i miei fratelli, ancora in diverse regioni): ovviamente era passata la paura di morire ma furono anni di duri sacrifici e di vita disagiata per i nostri genitori e per noi. Prima ci misero in un campo profughi, che però era già pieno della gente proveniente da tutta la zona che era stata la zona della prima linea (Francavilla, Ortona, ecc.). Siamo arrivati con la nostra tragedia, in un’Italia già distrutta dalla tragedia della guerra: insomma un carico su carico. Appena arrivati, dopo un’estenuante salita a piedi, ci diedero una stanza in un vecchio albergo. Quando entrai nell’androne mi ritrovai in un posto estremamente squallido, che puzzava di cavolfiori lessi. E fu allora che realizzai che non avrei più visto casa, e scoppiai a piangere. Siamo stati lì per qualche tempo, andando al vicino campo profughi per prendere i pasti con le gamelle. Ricordo le scarpe bucate e le cartoline messe dentro per coprire il buco. Continuavamo a vivere e a vestirci con quel che trovavamo nei pacchi dell’Unrra. Poi pian piano la situazione migliorò, ma fu un miglioramento lento e sofferto. Riuscimmo dapprima ad avere una casa popolare, dove eravamo sistemati in una stanza singola per sei persone: non era ancora un’abitazione “normale”, ho dormito per anni su una sedia a sdraio (senza, per fortuna, rimanere gobba). Infine riuscimmo a trasferirci in una comoda abitazione costruita dalla Provincia per i dipendenti, dove quasi non ci sembrava vero di poter avere una stanza ciascuno. A Chieti abbiamo frequentato le scuole superiori, prima di disperderci di nuovo in altre regioni per lavoro o matrimonio e io mi trasferii a Cremona.

Cosa Le resta oggi di tutta questa tragedia?
«
A parte decine di foto appese alle pareti ed altrettanti ricordi, non ho rancori, ho maturato una visione “evoluzionistica” dei fatti e della storia (anche se in questo caso si può parlare di evoluzione in senso negativo): nel senso che le cose a volte vanno come devono andare. Fiume sta tornando lentamente una città interculturale, ma non ha più riacquistato lo splendore di città di confine che aveva prima della distruzione di quel delicato equilibrio di culture. La storia va avanti e di tragedie ce ne sono state tante oltre alla nostra (talvolta più gravi, anche se una tragedia rimane tale). Basta guardare cos’è successo con la Shoah, o cos’hanno subito Polonia, Transilvania, Cecoslovacchia o altri paesi. L’unica cosa che si può fare dinanzi alle avversità della storia è cercare non tanto di accettare supinamente, ma di capire e adattarsi a ciò che succede. Non significa soccombere ma avere la forza di “far fronte” adattandosi elasticamente alle situazioni e cercando di guardare sempre la parte piena del bicchiere, anche se a volte si riduce a qualche goccia. Purtroppo anche noi che vivemmo quei tragici eventi stiamo finendo, e, anche se ci rechiamo costantemente a Fiume ogni anno, i nostri figli, ovviamente, ci dicono che non vedono più la nostra città come possiamo vederla noi. Loro vivono questa storia di riflesso, mentre le cose, per sentirle fino in fondo, bisogna viverle di persona».

di Michele Scolari
pubblicato su Il Piccolo di Cremona, edizione di sabato 8 febbraio 2013

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