CampiCenacoloSi tinge di giallo l’Ultima Cena di Giulio Campi nella Cattedrale di Cremona: Giovanni è ancor più femminile del cenacolo di Leonardo. Perché il cenacolo è inserito in una serie di opere sulla vita della Maddalena? Giulio Campi, ufficialmente ligio ai precetti della Controriforma, aveva invece interessi esoterici? Forse le suggestioni esoteriche all’origine dell’anomalia potrebbero provenire da contatti con gli epigoni della tradizione catara padana o, più probabilmente, dal suo “apprendistato” presso Giulio Romano a Mantova

Ammicca timidamente tra preziosi stucchi e tabernacoli dalla penombra in fondo alla parete sinistra della Cappella del Santissimo Sacramento, che chiude la navata destra della Cattedrale di Cremona. E’ l’Ultima Cena dipinta da Giulio Campi nel 1568. Alla debole luce diffusa dal lampadario, la tela rivela un particolare mozzafiato, che connette l’opera (e forse l’intera cappella) alla tradizione esoterica della Maddalena e del Santo Graal o, meglio, del “Sang Real”: la coppa in cui, secondo il vangelo apocrifo di Nicodemo, fu raccolto il sangue di Gesù Cristo dopo la crocifissione.

Se questo è un uomo…

Ultima Cena - Giulio Campi (1568) - Foto Dalla Vecchia
Ultima Cena – Giulio Campi (1568) – Foto Dalla Vecchia

A segnalare l’incredibile scoperta sono Isabella Dalla Vecchia e Sergio Succu, sia sul sito web Luoghimisteriosi.it sia in un suggestivo video su Youtube.it. Lo sguardo dei due documentaristi si concentra sulla figura morbidamente adagiata sulla spalla di Gesù Cristo, che secondo la tradizione ufficiale dovrebbe essere l’apostolo Giovanni ma nel dipinto di Campi sembra essere una figura di delicati tratti femminili. Ed è pur vero che i tratti indubbiamente molto virginali con cui Giovanni è rappresentato in molti cenacoli possono trovare spiegazione nel passo della Legenda Aurea dove Jacopo da Varazze riferisce che «Dio lo volle vergine, e perciò il suo nome significa che in lui fu la grazia: in lui infatti ci fu la grazia della castità del suo stato virginale, ed è per questo che il Signore lo chiamò durante le nozze, mentre lui voleva sposarsi». Ma nel Cenacolo di Campi, Giovanni «è indubbiamente una donna, basti osservare queste immagini sotto gli occhi di tutti per togliere ogni forma di dubbio. Il volto è assolutamente femminile, i lineamenti sono dolci e inquadrano una donna anche particolarmente bella». Insomma, «siamo di fronte alla più incredibile rappresentazione dell’Ultima Cena, addirittura ancora più forte dello stesso famoso affresco di Leonardo da Vinci a Milano». Ma c’è di più.

La Lavanda dei Piedi - Giulio Campi (1569): il volto di Maddalena è quasi lo stesso di quello di Giovanni ne L'Ultima Cena (foto Dalla Vecchia)
La Lavanda dei Piedi – Giulio Campi (1569): il volto di Maddalena è quasi lo stesso di quello di Giovanni ne L’Ultima Cena (foto Dalla Vecchia)

La decorazione pittorica della Cappella è frutto della collaborazione tra Giulio Campi e il più giovane Bernardino Campi (non parente dei tre fratelli). E il Cenacolo di Campi, osserva Dalla Vecchia, «si trova all’interno di un ciclo di opere in cui vengono rappresentati tutti i momenti salienti della vita di Maria Maddalena»: sono La Maddalena ai piedi di Gesù nella casa del Fariseo (G. Campi) La lavanda dei piedi (B. Campi) e L’apparizione di Cristo alla Maddalena (Giovanni Angelo Borroni, 1750). La Maddalena è insomma il filo conduttore di questo “ciclo”, tanto da indurre nei due documentaristi il sospetto che fosse proprio lei, la Maddalena, la vera destinataria dell’intera cappella (tra le più sontuose della Cattedrale e rivisitata nel 1633-34 su progetto dell’architetto Carlo Natali). In effetti, sei delle otto tele presenti (quelle dei due Campi) erano inizialmente inserite in una grande ancona disegnata da Giulio Campi nella prima metà del ‘500 e smembrata alla fine del XVI secolo o all’inizio del successivo. Inoltre, l’altro fatto incredibile è che in tutte queste opere la donna è sempre la stessa e quasi con gli stessi vestiti: «lo stesso volto, come fossero le vignette d’un fumetto, e persino vesti simili». Ora, che c’entra il Cenacolo in un ciclo di opere sulla vita della Maddalena? Nulla, a meno che ovviamente il Giovanni rappresentato accanto a Gesù non fosse in realtà la Maddalena: circostanza che vedrebbe quindi l’Ultima Cena inserita in posizione cronologicamente perfetta tra La lavanda e L’Apparizione. E ciò riconduce il tutto alla tradizione, tuttavia sempre respinta dalla Chiesa, che vorrebbe la Maddalena la vera “coppa” del sangue di Cristo, in quanto sposa e madre dei suoi figli.

La tradizione cristiana esoterica

Una commovente Maddalena penitente, con un teschio dolcemente posato tra le mani
Una commovente Maddalena penitente, con un teschio dolcemente posato tra le mani

Questa tradizione è stata ripresa ne Il Codice Da Vinci, che lo scrittore Dan Brown, senza inventare nulla di nuovo, scrisse attingendo a piene mani da Il Santo Graal di Baigent, Lincoln e Leigh. In realtà, molti fatti di entrambi i best seller risultano mistificazioni romanzesche (vedi sotto: Le invenzioni del Codice Da Vinci). Ma ciò non esclude affatto che, eliminati i numerosi elementi “da giallo” (a cominciare dal Priorato di Sion), vi sia effettivamente stata una forte e antica tradizione esoterica basata sull’amore tra Gesù e la Maddalena e la fuga di questa con i loro figli in Provenza dopo la crocifissione (attestata dal I sec. d.C., è riportata soprattutto nella Vita della Maddalena scritta nel IX sec. da Rabano Mauro, abate di Fulda, e nella Legenda aurea di Jacopo da Varazze nel 1260). Segni “criptati” di questa tradizione sommersa (della quale sarebbero stati individuati echi nei vangeli apocrifi) sarebbero poi rintracciabili in molte opere di Leonardo, nell’Et in arcadia ego del Guercino (al secolo, Giovanni Francesco Barbieri) o nei Pastori in Arcadia di Nicolas Poissin, come anche in molte le rappresentazioni della “Maddalena penitente” con un teschio tra le mani o posto accanto (a simboleggiare, secondo alcuni storici, non il memento mori ma la mancata resurrezione di Gesù e la sua natura terrena). E ed una gravidanza sembra essere rappresentata anche nella Maddalena di Caravaggio.

Ipotetiche fonti di Campi: frammenti di dottrina catara o manichea, Prepostino da Cremona, la tradizione iconografica leonardesca e l’apprendistato mantovano
Tornando a Cremona, non sono attestati interessi esoterici o “massonici” del Campi. Dunque, dove il pittore potrebbe aver preso lo spunto per una raffigurazione così lontana dal suo stile, ufficialmente ritenuto ligio ai precetti sull’arte pittorica dettati dal Concilio di Trento?

Il martirio dei Catari
Il martirio dei Catari

Anzitutto, va osservato che già nel Medioevo la tradizione dell’amore tra Gesù e la Maddalena poteva essere radicata anche a Cremona. Qui, nel Duecento, è infatti registrata la presenza di una forte comunità di Catari, che, trasferitisi nella pianura Padana dopo l’eccidio di Montségur, godettero, come altri eretici (tra cui i Patarini), di una certa libertà di culto (almeno sino al 1268, anno della destituzione di Oberto Pallavicino, sotto il quale la pianura Padana era divenuta zona franca per il catarismo occidentale). Secondo le cronache, durante il tremendo assedio dei Crociati alla roccaforte catara di Montségur (nel corso del quale sembra sia stato portato via dalla fortezza un misterioso oggetto, facendolo calare dalla parete rocciosa dei bastioni), fu proprio dal vescovo della comunità catara di Cremona che partirono due dispacci diretti ai confratelli assediati in Linguadoca (dispacci portati da Raimond de Niort nell’ottobre del 1243 e Joan Rey nel gennaio 1244). E presso la comunità catara di Cremona sembra abbia trovato rifugio temporaneo il vescovo di Tolosa Bernard Marty, diretto alla comunità di Sirmione dopo l’eccidio di Montségur. Ora, proprio il credo cataro (che per alcuni aspetti presenta analogie con quello manicheo) comprendeva nella propria dottrina anche la credenza sull’amore tra Gesù e la Maddalena e sulla loro discendenza. Se dopo l’eccidio dei catari avvenuto nell’Arena di Verona nel 1279 avesse continuato a serpeggiare in pianura e anche a Cremona qualche fermento cataro (sicuramente in modo carsico), non è da escludere che abbia potuto costituire nel XVI secolo una possibile fonte d’ispirazione per il Campi.
A corredo di ciò, non andrebbe trascurata neppure l’ipotesi che sia identificabile con un cremonese, ossia Prepositino da Cremona, quel Magister Gallus che, tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII, scrisse la Summa Contra Hereticos, dove, in riferimento alla dottrina dualista, è scritto: «Asseriscono inoltre [i “manichei”] che lo stesso Cristo sia stato il marito di Maria Maddalena». Oltre alla dottrina manichea, la Summa riporta anche dei Passagini, seguaci di un gruppo ereticale (sorto in Italia settentrionale tra XII e XIII secolo) che negava la Trinità di Dio e la divinità di Cristo. Tuttavia, l’identificazione di Prepostino con il Magister Gallus (avanzata in in J.N. GarvinJ.A. Corbett, The Svmma contra haereticos ascribed to Praepositinus of Cremona, University of Notre Dame Press, Notre Dame, 1958) non sembra aver convinto gli studiosi.
Non da ultimo, un curioso affresco è stato ritrovato e identificato come ispirato al culto manicheo da Gianpietro Torresani, nella chiesetta di S. Vitale (all’incrocio tra via Melone, via Sant’Angelo, via Platina e via Bell’Aspa): si tratta di Adamo che prega la Luna, datato tra il 1350 e il 1450 e recuperato durante il restauro avvenuto tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta. Anche se va osservato che l’affresco non può essere preso tout court come indizio di una radicata presenza della dottrina manichea a Cremona, dato che, osserva Torresani, è probabile che sia stato commissionato da un personaggio di passaggio (che pure poteva avere conoscenze in città).

Il pluridiscusso Giovanni nel Cenacolo di Leonardo
Il pluridiscusso Giovanni nel Cenacolo di Leonardo

Contestualmente, è ipotizzabile che Campi avesse a disposizione tutta una tradizione iconografica ben precisa sui tratti femminili di Giovanni, a cominciare dalla rappresentazione dell’apostolo nel Cenacolo di Milano (per il quale Pietro Marani ritiene che Leonardo si sia servito di un disegno, conservato alla Biblioteca Reale di Torino, rappresentante proprio il volto di una fanciulla).
Ma non si può escludere anche un’altra suggestiva ipotesi: ovvero che il pittore cremonese abbia ricavato lo spunto per le anomalie della sua Ultima Cena durante il suo periodo di formazione a Mantova, sotto la guida di Giulio Romano. Proprio nella città virgiliana esisteva una secolare tradizione che al cristianesimo mescolava aspetti esoterici e massonici, inclusi numerosi riferimenti alla Maddalena e al Santo Graal (vedi approfondimento sotto): riferimenti che si riscontrano soprattutto nell’abbazia di Polirone (dove fu attivo Giulio Romano) fondata dai benedettini su terre donate da Tedaldo di Canossa (su un’isoletta alla confluenza del Po e del Lirone) nonché estremamente cara alla duchessa Matilde di Canossa. E’ possibile che proprio a Mantova il Campi fosse venuto in contatto con l’antichissima tradizione cristiana esoterica legata al culto del Graal e della Maddalena.

Una tradizione assai diffusa in Italia settentrionale

Ultima Cena - Tommaso Aleni (S. Sigismondo)
Ultima Cena – Tommaso Aleni (S. Sigismondo)

D’altra parte, quello del Campi non è l’unico caso cremonese in cui Giovanni presenta tratti troppo femminili. Altre due anomalie simili si riscontrano nell’Ultima Cena del refettorio del monastero di S. Sigismondo (dipinta da Tommaso Aleni), nonché nel Cenacolo risalente al XIII secolo (prima di Leonardo) nell’abside della chiesetta di Rivolta d’Adda, ancora

Ultima Cena - Gaudenzio Ferrari (Novara)
Ultima Cena – Gaudenzio Ferrari (Novara)

dedicata a S. Sigismondo (tutte segnalate sul sito Luoghimisteriosi.it). Nel caso di Rivolta d’Adda è curioso che Giovanni presenti tratti femminili in un dipinto del Duecento, quindi almeno due secoli prima di Leonardo. E la stessa anomalia è diffusa nei Cenacoli conservati in molte chiese italiane, tra cui Dalla Vecchia e Succu indicano quello di Gaudenzio Ferrari nel Duomo di Novara (terra degli eretici Dolciniani nel medioevo), quello della Cattedrale di S. Maria Assunta a Bobbio, quello della chiesa vecchia di Oropa o quello dell’Oratorio dei Disciplini di Clusone (Bg).

GIULIO CAMPI A MANTOVA E I SEGRETI ESOTERICI DELL’ABBAZIA BENEDETTINA DI POLIRONE

I puttini attribuiti a G. Campi nella sala al pianterreno della Rustica (foto Il Vascello)
I puttini attribuiti a G. Campi nella sala al pianterreno della Rustica (foto Il Vascello)

E’ ormai risaputo che Giulio Campi fu al servizio dei signori di Mantova a Palazzo Ducale. Ben tre fonti (Baldinucci, Lanzi, Lancetti) insistono su un suo periodo di formazione nella città virgiliana presso Giulio Romano (artista di corte dei Gonzaga). Ipotesi definitivamente dimostrata dall’attribuzione al cremonese di alcuni puttini alati nella loggia affrescata di un ambiente al pianterreno della Rustica, il suggestivo appartamento dell’Estivale voluto dal duca Federico II Gonzaga nel 1537-1538 e progettato da Giulio Romano, la cui notizia è riportata da Marco Tanzi nel novembre 2012 sul quotidiano Il Vascello. Dunque, il Campi non era solamente “apprendista” di Romano ma durante il suo periodo a Mantova i Gonzaga gli commissionarono anche opere importanti e di straordinario prestigio: sembra testimoniarlo, osserva Marco Tanzi, la sua partecipazione alla Pala di S. Gerolamo del 1552-53, oppure la sua presenza negli Amori di Giove di Palazzo Adelgatti (riconosciuta da Renato Barzaghi) o la sua presenza riconosciuta da Stefano L’Occaso in altri puttini “spudorati” nel salone dello stesso palazzo (e forse questo “apprendistato” potrebbe spiegare certe sue lunghe assenze da Cremona). Il prestigio di Campi doveva essere talmente grande da continuare a ricevere commesse anche dopo la morte di Giulio Romano nell’ottobre 1546, quando sembra che l’artista cremonese fosse uno dei prescelti dal nuovo architetto ducale, Giovan Battista Bertani, per eseguire le pale degli altari del Duomo, il cui progetto, ideato dal Romano, era sostenuto dal Cardinale Ercole.
Ora, proprio a Mantova esisteva una secolare tradizione legata all’esoterismo (inclusi numerosi riferimenti alla Maddalena e al Graal): dalle complesse simbologie ermetiche di Palazzo Tè e di Palazzo Ducale, agli interessi alchemici degli stessi signori virgiliani, all’ipotesi, avanzata dallo storico Alberto Cavazzoli, di un legame dei Gonzaga con l’Ordine dei Templari, sino alla leggenda secondo cui il centurione Longino, dopo aver ferito Gesù con la lancia, ne avrebbe raccolto il sangue portandolo proprio nella città virgiliana.

L'abbazia di S. Benedetto al Po a Polirone (MN)
L’abbazia di S. Benedetto al Po a Polirone (MN)

Tornando a Giulio Romano, di cui Campi sarebbe stato apprendista, non fu attivo soltanto a Mantova ma anche in un luogo ad alcune decine di chilometri dalla città: si tratta dell’abbazia di Polirone, fondata dai benedettini su terre donate da Tedaldo di Canossa (su un’isoletta alla confluenza del Po e del Lirone) nonché estremamente cara alla duchessa Matilde di Canossa (di nome Duchessa di Toscana ma di fatto “Signora di Mantova”, in grado di sfidare Enrico IV e alleata di Gregorio VII e Urbano II durante la lotta per le investiture). Fu lei che, con le sue laute elargizioni, rese Polirone una delle più potenti abbazie dell’Italia settentrionale, non a caso definita “la Cassino del Nord”. Proprio questo luogo è avvolto da molti imprecisi misteri che rimandano alla tradizione esoterica del Graal e della Maddalena.

La copia del Cenacolo di Leonardo fatta da Gerolamo Bonsignori - Refettorio di Polirone
La copia del Cenacolo di Leonardo fatta da Gerolamo Bonsignori – Refettorio di Polirone

Sulla parete di fondo del refettorio (edificato nel 1478) campeggiava sino a poco tempo fa la copia dell’Ultima Cena di Leonardo dipinta dal domenicano Gerolamo Bonsignori, fratello del pittore corte dei Gonzaga Francesco Bonsignori (attualmente è stata sostituita da una fotografia mentre l’originale è conservato al Museo Civico di Badia Polesine). Anche in questo cenacolo Giovanni presenta i tratti di una donna con i capelli biondo-rossi: un altro caso in cui dietro Giovanni si cela la Maddalena? Non si sa. Ma il Giovanni estremamente femminile accanto a Gesù in quella tela è straordinariamente simile a quella Maddalena coi capelli rossi che si trova in primo piano sotto la croce nell’affresco sulla Crocifissione di Rinaldo Mantovano nella Chiesa di S. Andrea a Mantova, costruita in un luogo originariamente dedicato proprio alla Maddalena (sorge infatti sulle ceneri di un oratorio romanico fatto erigere da Beatrice di Canossa su un ospedale dedicato inizialmente a Maria di Magdala e poi a S. Andrea).
Inoltre, presso la Pinacoteca di Monaco esiste una copia di più modeste dimensioni del Cenacolo di Bonsignori, che pur se attribuita ufficialmente ad un anonimo, alcuni esperti sostengono dipinta da Nicolas Poussin, lo stesso pittore che conosciamo molto bene per il famoso dipinto I pastori d’Arcadia, che presenterebbe numerosi indizi della tradizione esoterica legata al Graal, alla Maddalena ed alla “morte di Gesù”. Perché Poissin avrebbe dovuto riprodurre la copia del Cenacolo leonardesco fatta da un frate mantovano? Forse perché certi particolari ancora allusivi in Leonardo erano completamente manifesti nel Cenacolo del Bonsignori? Altrettanto curioso è il cognome dello stesso Gerolamo Bonsignori. Egli fu un domenicano, originario di Verona, ma il suo cognome ricorda il termine con cui si definivano i Catari di Linguadoca (coloro che credevano nel matrimonio di Gesù con la Maddalena e che, dopo la fuga dall’Occitania, riprosperarono poi nella pianura padana nei decenni centrali del XIII secolo): Bones Hommes (dal latino boni homines), ossia “uomini buoni”, non molto diverso da “bonsignori”.

La donna ritratta nel dipinto nella prima cappella a sinistra della chiesa
La donna ritratta nel dipinto nella prima cappella a sinistra della chiesa

Spostiamoci ora nella chiesa dell’abbazia. Entrando dal portale, la prima cappella a sinistra sarebbe dedicata a S. Simeone ma, ai lati, accanto alla statua del santo, c’è quella di Maria Maddalena. E ancor più indicativa è la strana rappresentazione sulla pala all’interno della cappella (sempre dipinta dal Bonsignori): ufficialmente vi sarebbe raffigurata la Fede, ma lo è con le sembianze di una donna avvolta in un mantello rosso con il volto coperto da una nube; inoltre, l’indice della mano destra è disteso (in questo caso verso l’alto) come in alcune rappresentazioni di Leonardo e la destra sorregge un calice (il Graal?). Non solo il mantello rosso è un particolare frequente nelle rappresentazioni della Maddalena, ma c’è da chiedersi perché la Fede sia adornata da un mantello rosso, dato che il rosso è associato all’elemento terreno e il blu a quello divino. Anche questa cappella, come si ipotizzava per quella del SS Sacramento nella Cattedrale di Cremona, poteva essere dedicata originariamente alla Maddalena? Ma tutta la chiesa di Polirone è piena di riferimenti a Maria di Magdala, che ammicca anche da un tondo sopra la quinta cappella

La statua della Maddalena all'esterno della Cappella di S. Gerolamo
La statua della Maddalena all’esterno della Cappella di S. Gerolamo

della navata sinistra, e ai piedi della croce in un affresco nella Sala Consiliare.
Altrettanto misterioso poi è colui che, tra il 1510 e il 1514, commissionò al Bonsignori la copia del Cenacolo di Leonardo e la pala nella cappella di S. Simeone. Secondo Cavazzoli, costui è Gregorio Cortese: umanista, grammatico, filosofo e teologo, fu lui ad commissionare a Giulio Romano, “maestro” di Giulio Campi, il restauro della chiesa e del monastero. Ufficialmente Cortese è considerato uno scrupoloso seguace della Riforma Cattolica e nominato cardinale, ma si sa che intrattenne frequenti rapporti anche con alcuni amici assai vicini a movimenti eretici.
Dunque, in virtù delle sue, più o meno segrete, frequentazioni eretiche, Gregorio Cortese conosceva e condivideva il messaggio ermetico verosimilmente veicolato dal Cenacolo di Leonardo e legato alla tradizione dell’amore tra Gesù e la Maddalena (e del Santo Graal), decidendo di riprodurlo a Polirone? E, dal canto suo, Giulio Campi avrà voluto immortalare nell’Ultima cena, opera dell’estrema maturità, quello stesso messaggio, che poteva aver appreso verosimilmente a Mantova (sotto Giulio Romano), magari proprio nell’abbazia di Polirone?

LE INVENZIONI DE “IL CODICE DA VINCI”

Secondo Lincoln, Baigent e Leigh, autori de “Il santo Graal”, Gesù era sposato con la Maddalena e aveva avuto dei figli da lei prima di morire in croce: il Santo Graal non sarebbe dunque una coppa ma la Maddalena, ovvero il contenitore del “Sang Real” (in francese antico “sangue reale”), la stirpe reale di Gesù. Questi, senza mai pretendere di essere Dio, avrebbe deciso di nominare lei quale fondamento della sua chiesa e guida spirituale della prima comunità cristiana. Non aveva però fatto i conti con gli agguerriti discepoli maschi, che malsopportando di vedersi sopravanzare da una donna, l’avrebbero esiliata, inventando di sana pianta un altro cristianesimo basato su un principio maschile e cancellando ogni traccia del matrimonio tra Gesù e la Maddalena. L’imperatore Costantino avrebbe poi fatto ratificare il nuovo cristianesimo maschile al Concilio di Nicea del 313 d.C. con la complicità della Chiesa, pronta a esprimersi favorevolmente con un voto, e un risultato a maggioranza risicata, nientemeno che sulla divinità del figlio di Dio. Il piano sotteso prevedeva da un lato la soppressione dei vangeli che provavano la verità e lasciando sopravvivere soltanto gli «innocui» testi di Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Dall’altro l’eliminazione fisica di tutti i discendenti di Gesù e la Maddalena alla quale però questi si sarebbero sottratti fuggendo in Provenza e dando origine alla stirpe dei Merovingi. Il compito di difendere questa stirpe “reale” sarebbe stato devoluto al Priorato di Sion, creato da Goffredo di Buglione in Terrasanta, al quale sono collegati i Templari e la massoneria. Di questa organizzazione segreta avrebbero fatto parte alcuni dei maggiori artisti e letterati della storia (tra cui Leonardo e Ferrante I Gonzaga). In realtà, molti fatti di entrambi i best seller risultano mistificazioni: a cominciare dal gioco di parole tra “Santo Graal” e “Sang Real” (infatti non si parla di Graal prima del XII secolo – il primo a nominarlo fu Chretienne de Troyes e in quel caso “graal” non aveva inizialmente alcuna implicazione religiosa – e non è attestata la leggenda secondo cui Giuseppe D’Arimatea avrebbe raccolto il sangue di Gesù con la coppa usata nell’ultima cena); poi la fantasiosa trovata della discendenza gesuana dei merovingi (anche questa storicamente infondata), sino al magistrale falso storico del Priorato di Sion (la setta che Goffredo di Buglione avrebbe creato per proteggere la stirpe di Gesù e Maddalena) che è risultata in realtà una dotta invenzione dell’estremista destrorso Pierre Plantard nel secolo scorso. Ma, come già specificato sopra, questo non esclude l’esistenza di una radicata tradizione esoterica sull’amore tra Gesù e la Maddalena e il fatto che abbiano avuto discendenti.

di Michele Scolari

pubblicato su “Il Piccolo”, edizione di sabato 16 novembre 2013

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