Le scritte lasciate nei secoli dai condannati a morte sul Battistero di Cremona
Le scritte lasciate nei secoli dai condannati a morte sul Battistero di Cremona

Dalle sommarie esecuzioni capitali del Duecento, raccontate nelle pagine di Salimbene de Adam, alle cruente torture dei detenuti nelle carceri di Palazzo Comunale tra Cinquecento e Settecento. Ed ancora, le notti di veglia nella Chiesetta di S. Giovanni Decollato (ribattezzata per questo “Chiesa degli Impiccati”) e la macabra processione verso il supplizio lungo il Vicolo degli Impiccati. Di tutta questa macabra storia restano alcuni graffiti ancor oggi visibili sul muro meridionale del battistero, incisi dai condannati a morte in attesa dell’esecuzione: “cristalli di parole, l’ultima bestemmia detta”, per dirla con “La ballata degli impiccati” di Fabrizio de André.

Non sono molto note, in città, le vicende che riguardarono le condanne a morte eseguite  tra medioevo ed età moderna, compresa una storia, dai toni  macabri e misteriosi, legata   proprio alle esecuzioni capitali nella nostra città. Stando ad alcune fonti storiche locali, tra le quali Agostino Cavalcabò, nella strettoia compresa tra il Battistero e l’edificio sopra il Camposanto dei Canonici (detto anche Scarsella o Cappella di San Giovanni) vi era una struttura nella quale si dice venissero rinchiusi i condannati a morte: secondo alcuni era la parte ora mancante che annetteva la Scarsella al Battistero (demolita nel ‘500), mentre secondo altri si trattava di una gabbia che comprendeva la strettoia sopra detta e lo spazio immediatamente antistante questa dalla parte di piazza Zaccaria, quando il collegamento era già stato demolito (del punto in cui la capella si agganciava al Battistero rimane una traccia sul lato orientale dell’ottagono, prospiciente l’edificio sopra il cimitero dei Canonici: ancor oggi vi si nota un arco in pietra internato nel muro e sormontato dai segni di due spioventi). In ogni caso qui si dice si trovassero i condannati a morte, in attesa di essere trasferiti nella cappella di S. Gerolamo dove passavano in preghiera l’ultima notte prima dell’esecuzione (segnalata dal lugubre suono della campana del palazzo Comunale la sera precedente, all’una di notte e all’alba). La parte che univa il Battistero all’attuale Cappella venne demolita verso la metà del XVI secolo (il Puerari spiega che se ne decurtarono ben sei braccia «per liberar il battistero d’intorno»); e nessuna traccia rimane di un’eventuale gabbia posizionata successivamente. Ma una testimonianza sembra comunque essere rimasta: essa si trova alla base dei lati nord e nord-est del Battistero (quindi dalla parte di Piazza Zaccaria) dove, per intendersi, sono incisi anche le misure del mattone e della tegola cremonese. Osservando i mattoni su quel lato dell’ottagono, vi si notano incise delle scritte: si dice che siano quelle lasciate nei secoli che venivano lasciati lì negli ultimi giorni prima del patibolo. Tra quella ancora leggibili (altre sono irrimediabilmente sbiadite) vi sono semplici iniziali e firme per esteso assieme a numerose date (in una si legge chiaramente «1794», in un’altra «morto 17 agosto», in altre ancora le date arrivano addirittura al 1300 e più indietro); contemporaneamente, vi si riconoscono anche alcune pesanti invettive alle autorità cittadine laiche e religiose: «cristalli di parole, l’ultima bestemmia detta», per dirla con La ballata degli impiccati di Fabrizio de Andrè.

Poco si sa comunque su questa ipotetica struttura, giacché fra il XIII e il XIX secolo più fonti posizionano le prigioni dentro palazzo Comunale, nell’ala compresa tra le attuali piazza Pace, via Lombardini e piazza Stradivari (detta in passato appunto “La Guardiola”, mentre al piano superiore erano l’alloggio del Giudice e il Tribunale e, a fianco, la Torre dei Condannati – quella che attualmente dà su piazza Pace).

Le esecuzioni capitali rappresentano una caratteristica costante della storia di Cremona (come del resto di ogni altra città) almeno sino alla metà del XIX secolo. Nell’anno 1247 della sua Cronica, il francescano di Parma Salimbene de Adam riferisce della sommaria esecuzione capitale di alcuni milites della Marca Anconetana nei pressi del bastione di Porta Mosa, tenuti in ostaggio in città per volere di Federico II di Svevia (che tra il 1230 e il 1250 aveva eletto Cremona come capitale pro tempore del Nord Italia). «L’imperatore – annota il monaco – faceva tenere in ostaggio alcuni cavalieri della Marca Anconetana nella città di Cremona: alcuni in carcere, altri sotto custodia in alcune abitazioni (questo per timore di perdere la Marca). Proprio su coloro che versavano in condizione di libertà vigilata pendeva un un destino funesto, senza che essi ne avessero alcun sospetto. Giunse infatti un messo imperiale alle case di quei cavalieri marchigiani, mentre si apprestavano a lavarsi prima della cena, ordinando loro di montare immediatamente a cavallo e senza indugio seguirlo sin dall’Imperatore. Ma, giunti ad un terreno aperto situato appena fuori delle mura di Cremona e chiamato Mosa, il messo li condusse ad un patibolo dove furono impiccati. E i carnefici dicevano: “così vuole l’Imperatore per voi traditori”. […] Il giorno seguente si recarono ivi i Frati Minori per deporli dalla forca e seppellirli, e a stento riuscirono a tener lontani i lupi per evitare che li divorassero mentre ancora pendevano dal patibolo. Vidi tutto ciò con i miei occhi perché all’epoca vivevo a Cremona”. (“Imperator faciebat custodiri plures milites de Marchia Anconitana in civitate Cremona, aliquos in custodia publica, aliquos vero in aliqua domo libera, timens amittere Marchiam. Et illis, qui erant sine vinculis et in custodia libera, incumbebat deterius signum, quamvis non cognosceretur ab eis. Venit ergo nuntius ex parte Imperatoris, qui dixit v. militibus de Marchia, qui erant Cremonae in quadam domo, et lavabant manus suas volentes coenare, ut incontinenti sine mora ascenderent equos et cum eo ad Imperatorem pariter irent. Cumque pervenissent ad quendam campum, qui est extra civitatem Cremonae et appellatur Mosa, duxit eos ad locum suspendii, et suspensi fuerunt. Et dicebant carnifices quis sic mandat Imperator ut fiat, pro eo quod proditores estis. Sequenti die, iverunt fratres Minores et deposuerunt et sepelierunt eos, et vix potuerunt lupos abigere ne comederent eos, dum adhuc in patibulis dependerent. Haec omnia vidi quia in Cremonae habitabam tunc temporis”).

Sempre dalle pagine di Salimbene apprendiamo della triste vita che conducevano i prigionieri nelle tetre carceri comunali cremonesi del Duecento e delle torture cui spesso erano sottoposti. Nell’anno 1250, in occasione della cattura di alcuni soldati dopo una battaglia presso il fiume Taro, il dotto monaco riferisce: «li condussero a Cremona in ceppi e li gettarono in carcere. Sia per costringerli a redimersi sia per vendetta, [i cremonesi] si divertirono compiendo cruenti oltraggi su quei detenuti: e, nelle carceri, li appendevano per i piedi o per le mani, strappavano loro i denti in maniera disumana, e ficcavano loro in gola delle aguglie”; in quel tempo vi erano addirittura alcuni incaricati di inventare nuovi supplizi” (“duxerunt autem eos Cremonam, et in compedibus et in carceribus posuerunt, et, ut se redimerent et vindictam ex eis facerent, ludibria multa exercuerunt in eos; et suspendebant eos in carceribus per manus et per pedes, et extrahebant eis dentes terribili et horribili modo, et buffones ponebant in ore ipsorum; et inventores novorum tormentorum tunc temporis extiterunt”).

Sorvegliate da un Capitano e dai suoi uomini, assieme ad alcuni “sbirri”,  le prigioni contavano diversi locali, descritti dai documenti come angusti, bui e maleodoranti, dove spesso si tardava a cambiare la paglia della lettiera, costringendo i condannati a vivere tra fetidi miasmi (con episodi, non infrequenti, di morti avvenute prima dell’esecuzione per le malattie contratte in quelle segrete). L’ingresso era situato sul lato sud-est di piazza Stradivari (all’incirca dove ora si trovano gli uffici di Spazio Comune), sormontato da un porticato con una trave alla quale venivano appesi i detenuti durante le torture. Sino al XVI secolo circa, le esecuzioni si tenevano davanti alla chiesa di S. Erasmo (ora non più esistente) nella contrada che ancor’oggi porta quel nome, situata in fondo a via Palio dell’Oca. Per i condannati cremonesi il “miglio verde” era ben più lungo di quello dell’omonimo film. Essi raggiungevano la forca in una pittoresca processione formata da tutti i paratici di arti e mestieri, tutti i tribunali, i dicasteri, i collegi dei nobili giureconsulti e dei notai, i corpi dei militari, dai membri della confraternita di S. Giovanni Decollato o della Misericordia (in veste bianca e a volto coperto), preceduti dal Capitano di Giustizia (detto anche Bargello), e da un pubblico banditore. Ai lenti rintocchi della campana il condannato veniva condotto al luogo del supplizio attraverso un percorso che partiva dalla prigione, passava dalla chiesa di S. Girolamo (in via Sicardo), e si snodava poi attraverso il “Vicolo degli

Il Vicolo degli Impiccati (Stricta de Apichatis, ora soppressa) nella pianta del Campi
Il Vicolo degli Impiccati (Stricta de Apichatis, ora soppressa) nella pianta del Campi

Impiccati” (detto Stricta de Apichatis, continuazione ora soppressa del vicolo S. Girolamo verso via Platina – segnata in rosso nella pianta a fianco), le attuali via XI Febbraio, via Manini e via S. Erasmo, sino al piazzetta dinanzi alla chiesa. Dal ‘600 circa il patibolo risulta invece collocato nella Platea Parva (attuale Piazza Stradivari) o Platea Capitanei, davanti ad una torre eretta a spese della città nel 1132, chiamata dal popolo Torre dei Ciabattini e, in seguito, Torre del Capitano (ancor oggi visibile, inglobata nell’edificio dell’ex Casa di Bianco). La torre aveva una sola campana, che veniva suonata o per le rassegne militari, o quando l’esercito (comunale prima, signorile poi) usciva in armi nel territorio cremonese, oppure, in concorso con la campana della torre comunale, per dare avviso ai cittadini di qualche esecuzione capitale. Lo spostamento del capestro si intuisce anche dal trasloco del Boia, la cui residenza era situata sino alla metà del ‘500 in via Palio dell’Oca (che si chiamava appunto “Contrada del Carnefice”), mentre dal 1560 circa risulta sistemata in alcuni locali sopra la Sala del Consiglio di Palazzo Comunale. Al proposito, il Cavalcabò riporta un fatto curioso: sembra infatti che quei locali fossero totalmente sprovvisti di servizi igienici, perché in una supplica datata 1569 alcuni vicini, stufi di prendersi in testa ogni tanto i bisogni del Boia (che, senza farsi troppi problemi, «gittava a basso la fece et altre sporchizie»), pregavano vivamente la Magnifica Comunità di trasferirlo altrove. Non si sa se fosse per questo particolare o, più in generale, per il fatto che il Boia è sempre un vicino un po’ “scomodo”, fattostà che la sua dimora fu in seguito destinata a spostarsi ancora varie volte: dapprima in via Cadore e, dal XVIII secolo, in via Grado, in una comoda abitazione a due piani quasi all’incrocio tra le vie Bissolati e della Torre.

Salito il condannato al patibolo, tutti stavano trepidanti e quasi senza respiro; e, uscito ogni tentativo per richiamarlo a migliori sentimenti di pentimento, il condannato veniva collocato o sulla catasta per essere arso vivo o sospinto sotto la mannaia del boia per essere decapitato o strangolato. Alla Confraternita della Beata Vergine della Misericordia e di San Giovanni Decollato, fondata nel 1436 e con sede nella chiesa di S. Girolamo, era affidata l’assistenza ai condannati, sia, come si è già detto, l’accompagnamento al patibolo (in veste bianca e a volto coperto), sia la sepoltura. In genere i condannati a morte venivano tumulati nel Sepolcro detto “dei Francesi”. Ma coloro che venivano impiccati avevano una sepoltura “speciale”, dapprima nel cortiletto ai piedi del Torrazzo (il quale, sino alla fine del XIX secolo era detto appunto il Campo Santo) e, una volta pieno verso la seconda metà del ‘600, nella cappella della chiesa di S. Girolamo (il luogo è indicato da una lastra marmorea ancor oggi visibile, sulla quale si legge “Ius mortem, Deus vitam, Charitas sepulcrum”, e per questo la chiesa veniva detta anche “degli impiccati”).

Annota Agostino Cavalcabò che un elenco completo dei giustiziati a Cremona non è stato tramandato, ma è certo che le esecuzioni erano frequenti (l’ultima registrata nelle delibere è datata il 30 novembre del 1827 e venne eseguita sugli spalti delle mura di via Pedone) e, in molti casi, anche alquanto crudeli. Oltre ai numerosi episodi di torture e di esecuzioni capitali del periodo comunale e signorile, se ne ricordano alcuni fra XVI e XVII secolo, nel periodo della “Controriforma – Riforma Cattolica”, quando, con la bolla Licet ab initio promulgata nel 1542 da Papa Paolo III  che ufficializzava l’Inquisizione romana nella Congregazione del Sant’Uffizio (Sacra Congregatio Romanae et Universalis Inquisitionis seu Sancti Officii), venne rivitalizzato il vecchio sistema dei Tribunali dell’Inquisizione medievale (questo, istituito nel Concilio di Verona del 1183 da Papa Lucio III con la bolla Ad abolendam diversarum haeresum pravitatem, perfezionato nel 1216 da Innocenzo III nel Concilio Laterano IV, ed autorizzato alla tortura nel 1252 dalla Ad extirpanda di Sisto IV, interveniva – molto schematicamente parlando – nella repressione dell’eresia e, dall’inizio del Trecento, anche in quello della stregoneria). Sono noti interventi dell’autorità ecclesiastica in questi due ambiti nella Cremona del secondo Cinquecento, quando, in linea con le decisioni conciliari di Trento, si era avviata un’azione riformatrice da parte del Vescovo e del Clero. Nell’ambito che sommariamente si potrebbe definire “stregoneria”, si ricordano intorno al 1582 le torture nei sotterranei del palazzo Vescovile che accompagnarono alcuni interrogatori della “strega” cremonese (ma di origini piacentine) Ursula Maggi, nell’ambito di un lungo processo (istruito dapprima davanti all’inquisitore domenicano Vincenzo Monte, poi a Cesare Marescalchi, vicario del vescovo Sfondrati) i cui atti sono stati recentemente riesumati, studiati e pubblicati da Don Andrea Foglia. Quanto alle eresie, gli interventi erano condotti soprattutto nei confronti di seguaci delle dottrine riformate di Calvino e Lutero, che pensavano di trovare rifugio e aiuto proprio a Cremona. Oltre ai casi del ferrarese Giovanni Martoia e Giacomo Torricelli dei Lodoli da Salsominore, è nota la vicenda di Giovan Battista Gaudenzio Ferrari, frate dell’Osservanza di S. Agostino di Cremona, apostata e recidivo, detenuto come eretico nelle carceri del Sant’Uffizio cremonese. La mattina del 9 agosto 1573, il vescovo Sfondrati, secondo le regole del Pontificale romano, procedette alla sconsacrazione del Ferrari. Poi, il giorno successivo, mercoledì 10 agosto, il detenuto venne estratto dal carcere per il supplizio finale: a piedi scalzi e vestito con un sanbonito, fra due religiosi che biascicavano preghiere e accompagnato da due famigliari portanti un cero giallo, venne condotto sulla Piazza del Capitano, dov’era già approntata una catasta di legna, ed arso vivo ob haeresiam.

Quanto ai criminali “comuni”, dai documenti risulta come ancora tra ‘500 e ‘600 i condannati, oltre che impiccati, venissero anche decapitati, bruciati («arsi al focho»), fatti a pezzi («tenayati et squartati») pare iniziando dai piedi perché soffrissero di più, o giustiziati tramite fratture multiple causate da una ruota («arrotati»). Per lo più si trattava di assassini o banditi. Ma è riportato qualche caso singolare come quello di tali Domenico C. e Andrea D., mandati a morte perché sarebbero stati sorpresi con una donna vestita da uomo. Severe erano anche le pene che si rischiavano per reati “minori”: dalla documentazione d’archivio si viene a sapere come nel 1505 venisse «cavato un ogio» ad un tizio colpevole di furto; mentre per calunnie pubbliche di una certa gravità era «schiapata (tagliata) la lengua con una forbesina». E se il trapasso rappresentava l’ultimo patimento per l’anima del condannato, altrettanto non era per il corpo. Per intimorire il popolo, infatti, era frequente l’esposizione dei cadaveri al pubblico. Capitava così che gli impiccati fossero appesi due volte, o che ne venissero dilaniate le membra per essere messe a penzolare in un luogo diverso dal supplizio, in genere nelle contrade d’origine del giustiziato, come macabro ammonimento. Ma era soprattutto la Piazza Piccola (la Platea Minor o Platea Capitanei, attualmente Stradivari) ad essere designata, per ovvie ragioni di pubblico, all’esposizione dei corpi, offrendo uno spettacolo certo raccapricciante per i passanti, come raccapricciante, nella sua essenzialità, era la dicitura usata per indicare le esecuzioni nelle delibere del Consiglio della Magnifica Comunità di Cremona: «oggi forca».

di Michele Scolari
pubblicato su Il Piccolo di Cremona, edizione del 19 gennaio 2013 

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