BellumGrammaticale

Si vis pacem para bellum (“Se vuoi la pace preparati a combattere”) recita un sintetico riadattamento del celebre passo nel III libro de “L’Arte della guerra” di Vegezio. E che per gli antichi romani la guerra talvolta non fosse affare solamente di condottieri e generali da sbrigare sui campi di battaglia a colpi di gladio, bensì anche tra alunni e maestri sui banchi di scuola a colpi non più di spada (per fortuna) ma di verga, è un fatto testimoniato dalle memorie di più d’un letterato, dalla tarda repubblica al basso impero, nelle quali è rintracciabile tutta una genealogia di “professor terribilis” della lingua latina: dal maestro Orbilio, che ad un ancora pubescente Quinto Orazio Flacco insegnava l’Odusia di Livio Andronico scandendo i versi saturni a suon di nerbate, a Cassiano, maestro cristiano sadicamente martirizzato dai suoi stessi studenti i quali erano ben lieti di potersi rifare del “metodo pestalozzi” fatto di participi e scappellotti, gerundi e bacchettate sulle dita inflitto loro per anni dal pedagogo. E le angosce per generazioni di studenti non si sono concluse con la deposizione di Romolo Augustolo ma sono proseguite lungo i “secoli bui” e l’era moderna, giungendo sino ai giorni nostri.

Da un lato è ancora convinzione di molti che l’apprendimento del latino debba essere portato avanti con metodi tradizionali, accompagnati da una certa severità e coercizione. Ma da più parti cominciano a chiedersi se per l’antica lingua di Roma non possa funzionare quanto sperimentato dai creativi della Volkswagen nella Teoria del Divertimento, dove l’installazione di un maxipianoforte sulle scale fisse le ha fatte preferire in men che non si dica alla scala mobile. «Il gioco – scriveva negli anni ’70 il Nobel per la chimica Manfred Eigen – è un fenomeno naturale che ha guidato fin dall’inizio il corso dell’Universo: la formazione della materia, il suo organizzarsi in strutture viventi e perfino il comportamento sociale degli uomini. Iniziato all’origine da particelle elementari, atomi e molecole, esso viene portato avant  dalle nostre cellule cerebrali. Non è l’uomo che ha inventato il gioco. E’ invece il gioco e solo il gioco, che rende compiuto l’uomo». Dunque perché non escogitare sistemi ludici d’apprendimento anche per il latino, lasciando tra l’altro che siano le parti del discorso a darsele fra loro di santa ragione?

Così la pensava già sei secoli fa Andrea Guarna Salernitano, patrizio cremonese (nipote di Giacomaccio Guarna, capitano al soldo di Francesco Sforza – come riportato sulla lapide posta nel 1586 nella Cappella dedicata a S. Pietro Martire nella chiesa di S. Domenico) nato ed in parte vissuto a Cremona nel XV secolo. E sembrano della stessa opinione le due studiose che recentemente hanno ripubblicato, corredandola di una magnifica introduzione, l’opera principe dell’umanista cremonese, la celebre “Guerra Grammaticale”, stampata a Cremona nel 1511 per i tipi di Francesco Ricardo De Lovere e diffusasi presto nelle corti e nei cenacoli di tutta Europa sino all’Ottocento: dalla Germania alla Spagna, dall’Inghilterra sino alla Finlandia (dove hanno sempre dimostrato una particolare predilezione per l’antica lingua di Roma, tanto che oggi esiste addirittura un’emittente radiofonica, Nuntii Latini – http://yle.fi/radio1/tiede/nuntii_latini/ -, che trasmette completamente in latino).

Caduto forse troppo in fretta nel dimenticatoio, ora questo piccolo gioiello dell’umanesimo non solamente cremonese ma europeo, in cui erudizione e genialità trasudano, confondendosi, da ogni riga, rivive in una nuova edizione, uscita per Ets Pisa a cura di Donatella Puliga, docente di Lingua e Letteratura latina presso l’Università di Siena e Svetlana Hautala, laureata all’Università di Oulu (Finlandia) e Dottore di Ricerca in Antropologia del mondo antico presso l’Università di Siena.

Profondamente partecipe del luminoso e rivitalizzante spirito umanistico, tra allegorismo medievale e memnotecnica, eleganza ed impostazione didattica, in questo breve ma intenso libello il latino, anziché con pomeriggi e notti insonni sugli specchietti sinottici o sui “verba irregularia”, sul congiuntivo nelle proposizioni indipendenti o sul temuto aspetto verbale, s’impara sui campi di battaglia. Campi virtuali, beninteso, dove i protagonisti non sono comandanti in carne ed ossa bensì nomi, pronomi, verbi, congiunzioni… Tutti coinvolti in una guerra senza quartiere condotta su di un enorme scacchiere grammaticale.

Tutto comincia quando, nella terra di Grammatica, tra il Re dei nomi, ‘Poeta’, ed il re dei verbi, ‘Amo’, scoppiò un tremendo litigio. I due erano sempre andati d’amore e d’accordo, ma, complici forse troppi boccali di idromele, fu la guerra. Proprio attraverso questa “metafora prolungata” il Guarna trova modo di spiegare, con una sorta di antesignano del metodo role playing, norme e particolarità della grammatica latina. Re Verbo chiama a raccolta il proprio esercito, dai “servili”, incaricati del trasporto delle res frumentaria (i “vettovagliamenti”), sino alle truppe speciali, i verbi anomali volosumfero,edo, indisciplinabili quant’altri mai. Intanto anche il rivale, il Re Nome, si approntava alla guerra. Appresa la notizia che Re Verbo si era nel frattempo accampato presso il Sive, il fiume delle disgiuntive, ‘Poeta’ suonò l’adunata chiamando a consiglio di guerra alleati e consanguinei. Ecco sopraggiungere i pronomi, egotusui, e i possessivi meustuusnoster. Tranne il participio, lo “svizzero” della grammatica, il quale, mezzo nome e mezzo verbo qual era, rimase neutrale.

Ironia e gioco, spirito ludico e rovesciamento grottesco sono gli ingredienti dalla cui perfetta amalgama, con uno spirito affine alla quasi contemporanea Grammatica Figurata di Mathias Ringmann, scaturisce la sorprendente modernità di questo breve trattato: un’«antica novità» per ritrovare tutta la bellezza e la funzionalità di una lingua che, a torto, sembra sempre più lontana ed elitaria, quando invece dovrebbe essere patrimonio comune. Una straordinaria e formidabile proposta di ripensare le forme di comunicazione con l’antico dunque, ma anche una «guerra per gioco», non più a colpi di verga ma di divertimento, contro ogni pedanteria didattica

di Michele Scolari

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